Opinioni

Il risparmio privato come motore della ripresa

di Antonella Massari

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(Reddogs - stock.adobe.com)


3' di lettura

L’emergenza – sanitaria ed economica – di questo momento ci impone di riflettere sugli interventi necessari per arginarne gli effetti nel breve e, al contempo, porre le basi per una ricostruzione futura, utilizzando una risorsa di cui l’Italia è ricca: il risparmio dei suoi cittadini.

Il risparmio privato è un valore che è importante salvaguardare e investire con attenzione e lungimiranza e – sotto le giuste condizioni – può essere motore del rafforzamento e della crescita della parte produttiva del Paese.

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Si tratta di un ruolo che rende evidente la centralità della consulenza sulla gestione dei patrimoni delle famiglie, attività attraverso la quale l’industria finanziaria dei servizi di investimento assume una funzione chiave nello sviluppo del Paese.

Il dibattito sui modi per far arrivare il risparmio privato alle imprese per finanziarne investimenti e innovazione risulta ampio e articolato e alcune misure sono già state approvate dal Parlamento sul fronte fiscale, come ad esempio le esenzioni sui rendimenti finanziari degli investimenti dei privati in Pir Pmi. I prossimi mesi ci diranno se le agevolazioni introdotte saranno state efficaci nello stimolare flussi di risparmio verso l’economia reale.

Risulta però naturale domandarsi se un’azione fiscale di stimolo ai risparmiatori per indurli ad allungare l’orizzonte temporale dei loro investimenti sia sufficiente ad accelerare un processo che aveva preso timidamente avvio prima dello scoppio della pandemia, ma che sicuramente sta subendo una battuta d’arresto – a fronte di timori e incertezze sul futuro – nella ricomposizione dei portafogli in strumenti di lungo periodo, specialmente illiquidi. Il nostro Paese ha caratteristiche peculiari che hanno finora limitato lo sviluppo dei cosiddetti private market, mercati che favoriscono l’afflusso del risparmio privato verso le attività produttive e le infrastrutture.

Da un lato soffriamo della storica carenza di aziende di piccole e medie dimensioni disposte ad aprirsi al mercato dei capitali di terzi, dall’altro della limitata presenza di professionalità interne al Paese esperte nella selezione delle opportunità presenti nel territorio nazionale. Le ragioni sono molteplici e vanno dagli alti costi per le imprese che intendono aprirsi al mercato dei capitali, dalle resistenze ad accettare ingerenze nella conduzione delle aziende familiari, dalla scarsa conoscenza dei temi di governance degli investitori privati, dagli elevati costi di costruzione di team di specialisti non sufficientemente bilanciati dai ritorni attesi di un mercato ancora sottile e complesso.

Una accelerazione nella crescita del mercato italiano degli investimenti in economia reale può avere maggiori garanzie di successo in tempi brevi, che sono quelli necessari per sostenere la nostra competitività, se sostenuta da una politica economica coerente e con impatti positivi su tutti i tre soggetti chiave del processo.

Per raggiungere pienamente il risultato riteniamo fondamentale – attraverso interventi di politica fiscale coordinati – l’allineamento di interessi tra: i risparmiatori, affinché valutino conveniente investire in fondi specializzati in Pmi italiane; le imprese, perché trovino conveniente ricorrere a fonti di finanziamento di lungo periodo complementari al credito bancario; i gestori specializzati in mercati privati, perché scelgano l’Italia e creino fondi investiti nelle piccole e medie imprese italiane presenti, spesso, in settori di nicchia con accesso complesso alle informazioni. Interventi di politica economica che si focalizzano solo su uno dei tre attori coinvolti rischiano di non raggiungere i risultati attesi e disperdere quella risorsa di cui andiamo giustamente orgogliosi.

Segretario Generale Aipb (Associazione italiana private banking)

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