sbagliando si impara

Il “rispetto” non è pura formalità, ma un preciso obiettivo strategico

I manager devono generare contesti in cui le persone possano esprimersi e prodigarsi perché le organizzazioni diventino luoghi di realizzazione

di Andrea Beretta *

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(vege - Fotolia)

I manager devono generare contesti in cui le persone possano esprimersi e prodigarsi perché le organizzazioni diventino luoghi di realizzazione


5' di lettura

Ho letto e studiato nelle scorse settimane Rispetto, un testo del 2012 di Roberto Mordacci , filosofo morale, docente all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e fondatore del Centro Studi di Etica Pubblica e del blog moraliaontheweb.com. Ero alla ricerca di spunti e idee per progettare una serie di interventi di sensibilizzazione per tutti i people manager del Gruppo BancoBPM che, sul tema del rispetto, ha avviato un programma triennale di ampio respiro con iniziative molteplici e differenziate, rivolte ai clienti, ai dipendenti e ai ragazzi e alle ragazze delle scuole medie superiori.

Il testo di Mordacci, breve e foriero di molte riflessioni, si sviluppa intorno a tre passaggi: il primo si focalizza sull’uso attuale della parola rispetto; il secondo traccia la genealogia del rispetto; il terzo è finalizzato a declinare una vera e propria, seppur “piccola filosofia del rispetto”. A fine lettura la sensazione dominante è che queste riflessioni pongono alcune questioni di grande attualità alle aziende e a chi le governa: sulle culture aziendali, sugli stili manageriali e relazionali, sul tipo di comunità che le imprese vogliono e possono essere.

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Il rispetto inteso come rispetto tra pari, che vale tra tutti e per tutte le persone, è una concezione - e in questo senso può essere intesa come conquista - moderna. Nell’antichità non esisteva questa idea di rispetto, che invece veniva declinato e vissuto o come deferenza/soggezione, verso un’autorità, un potere costituito o una divinità; o come stima o apprezzamento verso qualcuno cui veniva riconosciuto un carattere di eccezionalità, per una particolare performance o per un inusuale virtuosismo.

Nel primo caso la parola rispetto era connessa alla parola autorità; nel secondo caso invece alla parola eccezionalità. In entrambi i casi il rispetto rimandava a un’idea di superiorità di qualcuno che, in quanto superiore, prevedeva o pretendeva l’esercizio di un atteggiamento rispettoso (da chi superiore non era).

Oggi possiamo invece condividere e promuovere un’idea di rispetto che porta con sé una parola diversa: la parola riconoscimento. A questa idea di rispetto come riconoscimento dell’altro e della sua possibilità di affermazione e di realizzazione individuale, chiunque esso sia e a prescindere dal carattere di autorità e/o di eccezionalità che gli può essere riconosciuta, si arriva, secondo Mordacci, in modo particolare grazie al lavoro di Immanuel Kant.

Ci sono due citazioni, tratte dall’opera kantiana, che illuminano questo snodo. La prima è nei Fondamenti della Metafisica dei Costumi: “Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre anche come scopo e mai come semplice mezzo”. La seconda è nella Metafisica dei Costumi: “Ogni uomo pretende legittimamente il rispetto dai propri simili, ed è reciprocamente obbligato allo stesso rispetto verso gli altri. L’umanità stessa è una dignità, poiché infatti l’uomo non può essere usato da un altro (né da altri, né da lui stesso) soltanto come mezzo ma deve sempre essere usato al tempo stesso come scopo, e in ciò consiste appunto la sua dignità”.

Cosa fa Kant? Considera l'autonomia di ciascun individuo come “il fondamento della dignità della natura umana” e giunge alla conclusione che ogni persona ha egual valore in quanto unica, libera e autonoma e in quanto dotata della possibilità di libero volere e della capacità critica di autogoverno. In pratica, Kant riconosce a ciascun essere umano quel carattere di superiorità (nel passato legato all'idea di autorità e di eccezionalità) che genera rispetto ed è soggetto di doveroso rispetto.

Quindi, tornando a noi e alle sfide manageriali, una prima forte suggestione è che noi possiamo considerarci rispettosi solo se capaci di riconoscere ogni persona come scopo e non come mezzo e di creare le condizioni per la sua affermazione e realizzazione.

Ma ci sono almeno altri due stimoli non banali che vale la pena condividere. Il primo è la distinzione tra “uguale rispetto” e “rispetto diseguale”. Uguale rispetto è quell'idea di rispetto, già proposta da Kant, ripresa da Salvatore Veca (Il tempo delle donne, 13 settembre 2020, Triennale di Milano) oltre che contenuta nella prima parte dell'Articolo 3 della nostra Costituzione, che riconosce a ogni persona pari valore e dignità.

Rispetto diseguale va invece inteso, con Mordacci, come “rispetto per la persona nella sua singolarità, non per il concetto di persona in astratto, ma per la persona individuale, ovvero per l’incarnazione singola e irripetibile della sua libertà”. In questo caso è interessante uscire da una declinazione astratta e di principio di rispetto come riconoscimento e capire gli impatti di una definizione concreta di rispetto. Ad esempio chiedendoci quanto nella vita di tutti i giorni e nelle pratiche manageriali siamo capaci, e prima ancora intenzionati, di riconoscere possibilità di affermazione e di realizzazione all’altro per quello che è, soprattutto se lo percepiamo come lontano e/o diverso da noi, facendo nostri i suoi bisogni, i suoi interessi e i suoi scopi.

Il secondo stimolo è legato alla distinzione tra “rispetto attivo” e “rispetto passivo”. Abbiamo già condiviso la definizione di rispetto attivo come riconoscimento dell’altro e della sua possibilità di affermazione e di realizzazione individuale. Il rispetto passivo va invece inteso come rispetto formale, ossia come il non prevaricare, il non fare niente di irrispettoso verso l’altro, il non ostacolare la sua possibilità di affermazione. In genere, ne ho tratto prova empirica chiedendolo a decine di persone in questi mesi: se chiediamo a qualcuno se pensa di essere una persona rispettosa o irrispettosa, chiunque ci risponderà che ritiene di essere una persona rispettosa.

Talvolta c’è chi precisa che è solitamente rispettoso, a meno che qualcun altro non sia prima irrispettoso verso di lui o di lei. La mia sensazione è che la maggior parte delle persone, incluso il sottoscritto, sia mediamente capace di essere passivamente rispettosa. E, pensando alle pratiche manageriali più diffuse, mi sembra di poter affermare la stessa cosa.

La seconda interessante suggestione è accogliere la sfida di essere manager attivamente rispettosi, ovvero: manager che promuovono e perseguono una cultura del rispetto attivo; che vivono la loro mission di ruolo anzitutto in quanto people manager impegnati nel generare contesti in cui colleghi e colleghe possono esprimersi per quello che sono; che si prodigano affinché le organizzazioni diventino sempre più luoghi di realizzazione e di affermazione per qualsiasi persona - per quello che quella specifica persona è e non per quello che vorremmo che fosse - purché disponibile a dare il proprio unico e particolare contribuito per il bene comune.

Mi sembra, soprattutto in questo momento storico, una sfida intrigante, attuale e praticabile. Che può diventare realtà e che necessita di visione, consapevolezza e impegno quotidiano. Del resto, diceva Tiziano Terzani, “Il rispetto nasce dalla conoscenza e la conoscenza richiede impegno, investimento, sforzo”.

* Partner di Newton S.p.a.

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