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Il ritorno di Alessandra Facchinetti: «A teatro trovo una nuova dimensione della moda»

di Chiara Beghelli

3' di lettura

«Finalmente ho trovato quel rapporto con il tempo che cercavo»: Alessandra Facchinetti, 42 anni, è entusiasta del suo ultimo progetto. Ha realizzato i costumi per il “Don Carlo”, opera di Giuseppe Verdi, messa in scena al teatro di San Gallo, in Svizzera, con la regina di Nicola Berloffa. Dopo la prima di sabato 27, resterà in cartellone fino al 28 febbraio 2019 con altre otto repliche.

Dopo l’addio alla direzione creativa di Tod’s, due anni fa, la stilista bergamasca torna alla ribalta debuttando in un nuovo ambito della moda, che sente molto vicino e per molti motivi: «Sono cresciuta nel mondo dello spettacolo (suo padre è il cantante Roby Facchinetti, ndr), è un ambiente familiare, anche se quello con il teatro è un approccio che va più in profondità», racconta al telefono.

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Un debutto le cui radici risalgono a un anno fa: «Nell’estate del 2017 ero andata a vedere la Madama Butterfly con la regina di Berloffa allo Sferistero di Macerata. Ci siamo presentati e il nostro progetto per il Don Carlo ha preso forma lì».

Opera di moda: il “Don Carlo” firmato Alessandra Facchinetti

Opera di moda: il “Don Carlo” firmato Alessandra Facchinetti

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L’esperienza di Alessandra arricchisce l’elenco di stilisti che hanno prestato la loro creatività all’opera: fra i casi più recenti, quello di Pierpaolo Piccioli (allora ancora insieme a Maria Grazia Chiuri) per Valentino per la Traviata messa in scena a Roma nel 2016, quello di Alberta Ferretti per la Carmen alle terme di Caracalla nel 2001, i costumi di Missoni per la Lucia di Lammermoor al Teatro alla Scala di Milano nel 1983, e quelli di Coco Chanel per “Le Train Bleu” dell’amico Jean Cocteau nel 1924.

«Certo, iniziare con il Don Carlo è stata una bella sfida, poiché si tratta di un’opera particolarmente complessa - prosegue-. Ho studiato a fondo i personaggi, anche dal punto di vista psicologico. E in questo studio ho riscontrato un contatto con il mondo della couture, con il rapporto con i clienti in atelier».

Ad aiutarla, la scelta di Berloffa di ambientare l’opera alla fine dell’Ottocento: «È proprio quella in cui avrei voluto vivere, un’epoca decadente, perfetta per me», nota Alessandra. Ecco dunque, sul palco, un proliferare di velluti, ricami, jacquard realizzati in esclusiva da Lorma, gioielli sofisticati. «Li ho realizzati con l’atelier del teatro di San Gallo e con l’atelier Fiore di Milano, che cura i costumi per il Teatro alla Scala di Milano e per l’Opera di Vienna», spiega.

L’entusiasmo che trapela è tale da far sospettare che voglia decidarsi solo al teatro, che il palco sia il luogo più adatto a suscitare e mostrare la sua creatività, più delle passerelle. Dopo le esperienze di Gucci, nella difficile successione a Tom Ford, Moncler e la vicenda Valentino, chiusa d’improvviso nel 2009, Alessandra sembrava aver trovato la collocazione ideale da Tod’s nel 2013. Ma nel 2016, ecco un nuvoo addio, «per curare progetti lasciati da parte per dedicarsi a Tod’s», come fu scritto nella nota dell’azienda dell’epoca.

«Negli ultimi due anni ho cercato di differenziare molto la mia attività: ora sto mettendo a punto un progetto dedicato alla moda in senso stretto, che vorrei presentare entro i prossimi mesi. Ma di certo vorrei continuare a collaborare con il mondo del teatro».

La visione, il senso del futuro, è uno dei più brillanti talenti di Alessandra Facchinetti: era il 2011 quando lanciò il progetto “Uniqueness” con Pietro Negra, patron di Pinko, anticipando il tema delle capsule, dei “drops” e del “see now buy now” quando, soprattutto in Italia, serviva il dizionario per capire di cosa si trattasse: «Forse era troppo presto», ammette.

Ecco tornare il tema del tempo e del suo rapporto con il sistema moda: «Trovo che sia sparito il tempo per il sogno, quello che occorre per pensare e proporre qualcosa che valga nel lungo periodo - commenta -. Soprattutto negli ultimi due anni i tempi della produzione hanno avuto un’accelerazione incredibile e si è costretti a pensare continuamente a qualcosa di nuovo. Prima si creava avendo di fronte un orizzonte di almeno due anni. Esclusività non vuol dire avere subito qualcosa che possono avere tutti. Se ti consento di comprare subito un prodotto non ti sto dando esclusività, ma solo un servizio. Al contrario, credo che sia necessario recuperare il rapporto con il tempo. Insieme alla qualità, è la formula che dà vita al vero lusso».

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