il ritorno di arthur laffer

Il ritorno di Laffer (e della Voodoo Economics) alla corte di Trump

di Marco Valsania


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(Ap)

3' di lettura

Se la dottrina che dagli sgravi fiscali vede fiorire la crescita è stata chiamata Voodoo Economics, allora il suo gran sacerdote è Arthur Laffer. Salito alla ribalta come volto del consiglio economico di Ronald Reagan negli anni Ottanta che celebrava il ruolo dell'offerta - il supply side - nello stimolare l'espansione, screditato in anni più recenti con il ritorno in auge di strategie anti-crisi keynesiane incentrate al contrario sul sostegno alla domanda aggregata, a 76 anni torna adesso in auge con l'avvento alla Casa Bianca di Donald Trump. Le sue idee, nel bene e nel male, potrebbero influenzare il futuro dell'economia e del debito americani.

La sua riscossa, completa di discorsi e inviti a tener banco in giro per il Paese, è stata aiutata dall'aver correttamente previsto che Trump avrebbe vinto fin da tempi insospettabili. Questo aspetto è, però, poi diventato ben più di una curiosità: Laffer - e i suoi fratelli ideologici Lawrence Kudlow e Stephen Moore della Heritage Foundation - fanno parte delle voci informali più ascoltate dal neo-presidente e dal suo entourage, che proprio del taglio generalizzato delle imposte e delle regole hanno fatto una delle massime della loro iniziativa economica. Anche se le altre massime - un piano pubblico-privato da mille miliardi di investimenti infrastrutturali e protezionismo commerciale - piacciono assai meno a Laffer.

Problema è che, al di là della teoria, la sua carriera di consulente post-Reagan è men che ricca di successi nella pratica. Nell'ultima veste, quella di guru dello stato del Kansas dal 2013, l'esito ha lasciato decisamente a desiderare: il governatore repubblicano Sam Brownback ha seguito religiosamente prescrizioni, cancellando tasse sui più abbienti e sulle loro corporation: l'aliquota locale massima scese subito al 4,5% dal 6 per cento. E il cosiddetto “passthrough income”, reddito passato da entità aziendali ai loro proprietari, divenne del tutto esente da imposte. Il risultato purtroppo è che oggi l'economia ha ristagnato mentre si è moltiplicato il deficit. La crescita cumulativa del Pil si è fermata al 4,8% tra il 2012 e il 2016, contro l'oltre 12% su scala nazionale. E l'occupazione è aumentata in tutto del 2,6% contro il 6,5% nel Paese. Le casse statali hanno al contrario risentito parecchio del cambiamento: sono passate da un surplus a un deficit di 350 milioni durante l'anno fiscale in corso, che dovrebbe impennarsi a 600 milioni nel prossimo. Un abisso che Brownback ora dovrà chiudere con draconiani tagli.

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Quanto questo sia indicativo di che cosa accadrà su scala nazionale, davanti a una ricetta “laffertiana” reinterpretata da Trump, rimane da dimostrare. La situazione di partenza, tuttavia, è men che ideale per l'esperimento. Il Congressional Budget Office, che non è partitico, ha già lanciato un allarme sul debito: anche senza tener conto di un piano di riforma e riduzione delle imposte, prevede che il passivo cresca di diecimila miliardi di dollari in dieci anni. Quell'anno, il 2027, il deficit rappresenterà il 5% del Pil. Solo un miracolo economico - con una crescita davvero molto più sostenuta come promesso da Trump e che riempia le casseforti federali nonostante gli sgravi - potrebbe alterare davvero simili vaticini.

Il passato, purtroppo, non è particolarmente generoso con le idee di Laffer. È entrato nella coscienza collettiva con la Laffer Curve, anche se della curva non ha mai in realtà rivendicato la paternità, piuttosto la divulgazione (l'avrebbe tracciata su un fazzoletto nel 1974 per spiegarla ai giovani Dick Cheney e Donald Rumsfeld negli anni del governo Ford). Quel disegno di allora, come le formule di oggi, in sostanza ambiscono a stabilire una chiara relazione tra attività economica e livello di tassazione, identificando un livello ideale. Un livello che ha trovato applicazione durante i primi anni di Reagan e che a suo avviso era assai più basso di quanto fino ad allora immaginato. Pochi ricordano tuttavia che Reagan, dopo aver tagliato le imposte complessivamente del 23% e l'aliquota massima dal 70% al 28%, con successive leggi nei fatti le alzò, rendendo più difficile l'evasione e l'elusione e cancellando deduzioni. Aumenti delle imposte veri e propri scattarono per sostenere la Social Security, il sistema pensionistico.

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