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Il ritorno di Muti e i piccoli «segreti» di Milano

di Roberto Napoletano

Riccardo Muti (Ansa)

4' di lettura

Riccardo Muti è tornato venerdì scorso al teatro alla Scala, a Milano, dopo dodici anni con la Chicago Symphony Orchestra. Si è sentito subito l’amore che i milanesi hanno per lui e quello che il Maestro ha per i milanesi. Ad applaudire tra il pubblico due grandi direttori d’orchestra, l’italiano Riccardo Chailly e l’indiano Zubin Mehta, la Milano che vive la Scala come una seconda casa, gli appassionati melomani, platea e palchi gremiti. C’erano le donne e gli uomini della cultura, la politica e l’impresa, il filo fatto di affetti e di persone che unisce la capitale economica e quella politica nel segno della musica e dell’arte. Soprattutto, c’era Muti, con il suo talento, una “fluidità” tutta sua e tanta gestualità, un’orchestra di giganti che sorridono solo alla fine. Abbiamo iniziato con le grida «bentornato Maestro» e abbiamo finito con cinque minuti di applausi e lui che concede il bis, rievoca Verdi, il teatro e la città, proprio come nel suo ultimo concerto alla Scala il due maggio del 2005 con i Wiener Philharmoniker. Poi, arriva il “premio” del Maestro ai milanesi che è ancora una volta il suggello di una storia di amore che non si è mai interrotta, quel senso di casa che trapela in ogni gesto sul palco. Sentiamo le sue parole: «Nel 1986, quando avevo i capelli neri e girava voce che li tingessi, iniziai la mia attività in questo meraviglioso teatro con Nabucco, e allora rifacciamo la Sinfonia del Nabucco!». Si percepisce la voglia di dare, l’emozione di rivivere qualcosa che è rimasta dentro.

L’unica tappa in Italia del suo tour europeo con l’orchestra di Chicago Muti ha deciso di farla alla Scala, ha voluto chiudere una stagione di polemiche, ma ha soprattutto confermato che il teatro del Piermarini è tornato ad essere una stella di prima grandezza e che, dietro questo ritorno, c’è il sentimento di un grande direttore d’orchestra ma insieme la calamita di un modello Milano e di un profilo internazionale che sono tornati ad attrarre magneticamente. Se penso alle discussioni che hanno segnato gli esordi di Alexander Pereira alla direzione artistica del teatro, quella sua insistenza di pensare in grande, attrarre capitali privati e fare tornare ad essere questo teatro il crocevia della musica internazionale, e la voglia di molti, troppi, di farlo concentrare solo sul taglio dei costi, mi viene da sorridere. Penso alla malizia e ai calcoli di bassa lega di costoro e mi accorgo che anche qui il modello Milano ha funzionato, è riuscito a tenerli a bada. Oggi il teatro alla Scala ha il suo cartellone internazionale ed è ritornato alla grande tradizione dei Toscanini, dei De Sabata, degli Abbado e dello stesso Muti di qualche anno fa.

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Dalla grande Scala alle piccole cose che cambiano la vita di molti e spiegano meglio di tante chiacchiere che cosa è diventata per davvero Milano. Sono passate da poco le 24 e cammino con un amico da piazza Cavour fino a casa. Attraverso via Manzoni, passo in Galleria dove tutto è tornato ai suoi colori originari e si percepiscono insieme il peso della storia, l’eleganza unica del salotto delle griffe italiane e il fascino della più antica libreria di Milano dove stanno insieme tela e libro. Poi, piazza Duomo, sullo sfondo Palazzo Reale e l’Arengario, via Mercanti, via Meravigli, non c’è una carta per terra, tutto intorno è pulito, respiri un’aria fredda che non disturba e il colpo d’occhio di strade, piazze e palazzi restituisce l’ordine della storia. Arrivato sotto casa scopro che il mio amico deve rientrare a piazza Abbiategrasso ed è senza macchina, gli chiedo se vuole che chiami un taxi, mi risponde: non ce ne è bisogno. Insisto: come fai? E lui serafico: faccio due passi, arrivo a Piazzale Cadorna e prendo il bus. Decido di accompagnarlo a piedi, arriviamo alla fermata e sulla colonnina lampeggia in rosso “M2 Abbiategrasso in arrivo”. Meno di due minuti di attesa e sale. Mi accorgo che è passata l’una e apprendo che il bus fa servizio tutta la notte, fino all’apertura della metro.

Mi ha scritto Lucio Morawetz e ho scoperto che la libreria Utopia di Milano è diventata da un po’ anche casa editrice. Hanno scelto la strada più difficile per restare sul mercato e, cioè, quella che loro chiamano «una sorta di ritorno al futuro», puntando su libri di qualità che siano il frutto di un lavoro di ricerca fatto con passione e professionalità. Cercano cose rare o filoni nuovi mescolando generi come economia e letteratura. Il primo è un saggio di Tolstoj su Shakespeare che mancava nelle librerie italiane da mezzo secolo, il secondo è un libro di narrativa che si occupa di impresa e racconta “I Martini”, esplorando la famiglia e l’azienda. Meritano una lode Morawetz e i suoi e, soprattutto, meritano di essere incoraggiati. In questa Milano che deve fare di più per le sue periferie e per la sicurezza, ma è rinata come capitale internazionale, con i suoi grattacieli nuovi, un unicum assoluto di manifattura, creatività e tecnologia e un sistema di trasporti che funziona, ci sono ancora librai che provano a diventare editori. Come accadeva, a volte, prima della grande crisi e ora non succede più. Anche di queste sfide temerarie si nutrono la fiducia e il sogno milanese di rinascita diventato realtà.

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