Archeologia

Il robot ricostruisce affreschi e mosaici deteriorati di Pompei

Il progetto RePAIR punta a ricomporre migliaia di frammenti delle pareti della Casa dei pittori al lavoro e della Schola Armaturarum

di Marco Trabucchi

3' di lettura

Robotica e archeologia, quali sviluppi attendono i novelli Indiana Jones? Una risposta concreta arriva dal progetto RePAIR, acronimo di Reconstruction the past: Artificial Intelligence and Robotics meet Cultural Heritage. In pratica un'infrastruttura robotica dotata di braccia meccaniche in grado di scansionare frammenti di affreschi e riconoscerli attraverso un sistema evoluto di digitalizzazione 3D capace di restituirgli la giusta collocazione sul mosaico originale.

La prima sperimentazione di RePAIR avrà una durata di tre anni e riguarderà inizialmente gli affreschi del soffitto della Casa dei Pittori al Lavoro nell'Insula dei Casti Amanti, già danneggiati nell'eruzione del 79 d.C. e poi ridotti in frantumi in seguito ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

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Il gruppo di esperti di pitture murali dell'Università di Losanna, guidato dal professor Michel E. Fuchs, sta già portando avanti – dal 2018 – un programma di studio e di ricomposizione manuale.

L'attivazione del nuovo progetto, che procederà parallelamente e in modo coordinato con quello in corso da parte dell'équipe svizzera, consentirà di confrontare dunque due metodologie di lavoro e i rispettivi risultati.

Ci sarà poi il secondo caso di studio, costituito dai frammenti degli affreschi della Schola Armaturarum, ancora non ricollocati e danneggiati a seguito del crollo dell'edificio nel 2010 causato dal dissesto idrogeologico.

Un progetto ambizioso, frutto di ricerca e competenza tecnologica, che si pone l'obiettivo di risolvere un problema atavico, come ha sottolineato il direttore del Parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel: «Le anfore, gli affreschi, i mosaici, vengono spesso portati alla luce frammentati e quando il numero dei frammenti è molto ampio, con migliaia di pezzi, la ricostruzione manuale ed il riconoscimento delle connessioni tra i frammenti è quasi sempre impossibile o comunque molto laborioso e lento. Questo fa sì che diversi reperti giacciano per lungo tempo nei depositi archeologici, senza poter essere ricostruiti e restaurati, e tantomeno restituiti all'attenzione del pubblico».

Il progetto RePAIR è stato finanziato dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 con 3 milioni e mezzo di euro e conta sull'apporto interdisciplinare di istituzioni - il Parco Archeologico di Pompei e il Ministero della Cultura - e diversi player della robotica e della computer vision: l'Università Ca' Foscari di Venezia come ente coordinatore, la Ben-Gurion University of the Negev di Israele, la Rheinische Friedrich Wilhelms Universitat di Bonn in Germania, l'Iit – Istituto Italiano di Tecnologia e l'Associacao do Instituto Superior Tecnico Para a Investigacao e Desenvolvimento del Portogallo.

«Con la sperimentazione in corso iniziata da pochi giorni vogliamo affinare ed esportare la tecnologia in contesti analoghi a quelli di Pompei, estendendo l'utilizzo anche su papiri e altri supporti fragili come scultura e vasellame, laddove il problema non può essere risolto a mano», ci spiega il professor Marcello Pelillo ordinario di Computer Science dell'Unversità Ca' Foscari, che coordina il progetto.

«Sarà una sfida tecnologica molto complicata che riguarderà tre fasi - prosegue Pelillo -. La prima è la scansione di tutti i pezzi dell'affresco con migliaia di pezzi che dovranno essere catalogati. In questo contesto abbiamo dovuto affrontare il problema che riguarda la manipolazione robotica, che non deve danneggiare i frammeni. Per questo useremo la tecnologia “soft robotic”, capace di agire in maniera estremamente delicata sui pezzi dell'affresco. La terza fase, la più complicata, coinvolgerà il machine learning e l'intelligenza artificiale e riguarderà la risoluzione del puzzle, sfruttando le informazioni acquisite che riguardano dimensioni, geometria e colore dei frammenti. In questa fase la macchina avrà bisogno di integrare quello appreso dalla scansione con l'expertise dell'equipe che già stava lavorando. Sarà dunque fondamentale il supporto degli archeologici, che con i loro feedback aiuteranno la macchina nel risolvere il rompicapo».

Una collaborazione che – si spera – potrà essere determinante nel portare alla luce quello che, senza l'ausilio robotico, sarebbe rimato nell'ombra.

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