Antonio Lobo Antunes

Il romanzo delle ombre

di Elisabetta Rasy


4' di lettura

Antonio Lobo Antunes con i suoi romanzi invita il lettore a condividere un’esperienza. Lo ha detto lui stesso in un’intervista del 2014, quando ha ricevuto il premio Nonino: «Il libro non è qualcosa che deve essere letto, è un oggetto che ascolta. Siamo noi lettori che parliamo con lui. Il libro è qualcosa che mettiamo contro un orecchio per udire il rumore del mondo». Ed è così: i suoi romanzi non richiedono quella trascrizione mentale della voce dell’autore che si forma dentro di noi mentre la lettura procede, ma piuttosto l’attenzione variegata, contraddittoria ed emotiva dell’ascolto, quella che si dedica a una musica in cui confluiscono elementi eterogenei: frastuono ambientale, il vento tra gli alberi, il mare che si muove, mormorio animale e soprattutto quelle voci fantasmatiche che sono la traccia della presenza degli altri nella nostra memoria. Il nuovo romanzo Non è mezzanotte chi vuole, titolo che riproduce un verso del poeta francese René Char, è una ballata di spettri vocali, che nel loro incessante e persecutorio o talvolta amoroso va e vieni mettono in scena una complessa genealogia famigliare, la sua disarmonia e la sua invincibile fascinazione, quell’incantesimo dell’origine da cui è impossibile liberarsi. Questo è il tema, l’invincibilità delle radici, del libro del settantacinquenne scrittore portoghese ora tradotto per Feltrinelli con buon ritmo da Vittoria Martinetto.

Una donna di cinquantadue anni torna nella casa in cui da bambina trascorreva l’estate con la famiglia. Una visita che dura tre giorni, un tempo che si dilata tra la nascita e la morte, plasticamente rappresentata in un’altura rocciosa, l’Alto da Vigia, dalla quale uno dei suoi fratelli si è ucciso gettandosi in mare «Io che non do mai fastidio» dice la donna «sono venuta a dire addio». E certo è un lungo addio, ma siamo sicuri che la donna, con i suoi ricordi, non voglia proprio dare fastidio, espellere un disagio della realtà che le è rimasto dentro? E siamo sicuri, di pagina in pagina, che sia proprio la donna a pronunciare queste parole? Nello spazio mentale – e letterario – di chi narra una voce ne spintona un’altra, potremmo dire che ognuno sgomita per far sentire la sua propria speciale intonazione. C’è una madre afflitta dal peso di una vita famigliare difficile: suo marito, padre mite e fallimentare, beve e dunque non è un sostegno. Dei suoi figli uno è destinato a morte precoce da un carattere passionale, un altro è tornato sconvolto e furente dalla guerra coloniale in Angola, un altro ancora è sordomuto e nato da una relazione adulterina che la tormentata matriarca non riesce a perdonarsi. Poi c’è la figlia, quella che narra, che porta la dannazione dell’essere donna, il patimento del suo corpo e dei suoi desideri. L’ordine famigliare non regge, si sgretola sotto la fragilità umana e sotto l’irruenza degli eventi circostanti.

Ma tutto questo non si compone nella trama lineare di un romanzo famigliare, l’autore non ci offre un plot e neanche il tradizionale flusso di coscienza che potrebbe scaturire dall’interiorità dell’io narrante. No, qui, nella percezione che l’individuo ha della propria storia e della storia del mondo, c’è qualcosa di ancora più profondo, una sorta di guerra neuronale in cui tutto sfugge, non per disperdersi ma per ritornare in un incessante eterno ritorno di sentimenti e sensazioni che è illusorio chiedere alla coscienza di riordinare. Nel profondo della percezione non c’è il passato e il presente. Forse, piuttosto, un futuro allucinato creato dalla mente dove tutto convive.

Appaiono le generazioni scomparse, nonni, anziani cugini, vecchie donne di servizio, altezzosi vicini di casa, negozianti, un’amata compagna di giochi che si tramuta, molti anni dopo, in una odiosa oncologa, gli animali incontrati e perduti. Tutti appartengono a una stessa storia, ma questa storia non si compone mai, non si acquieta nella memoria. Brandelli di frase si alternano nella narrazione, nella cassa di risonanza di chi ricorda le voci che li pronunciano sono ombre inafferrabili, i sentimenti non sono mai dove dovrebbero essere, come l’indebita preferenza amorosa del padre per il figlio non suo, il sordomuto che tutti respingono.

Antunes sfida il lettore a parlare con il suo libro, a non essere inerte, a non limitarsi a consumare le parole. Ma sfida, a ogni sua opera, anche il romanzo, come se volesse ribadirne la disfatta – nessuna trama è possibile, non credete alla linearità delle storie che vi raccontano, diffidate delle psicologie chiare – e insieme celebrarne l’assoluta necessità. Per questo ex psichiatra ed ex medico militare nella sanguinosa guerra coloniale del Portogallo in Angola, solo il romanzo può raccontare le verità che non trovano voce nella grana della realtà, le ingiustizie insanabili che nessuna legge può perseguire, le ferite dell’infanzia, le mortifere convenzioni della società, gli orrori della storia che cronache e resoconti ufficiali normalizzano, occultando sangue crudeltà e sofferenza.

A volte Antunes, nel suo strenuo assolo performativo, chiede troppo al lettore, esige da lui una partecipazione troppo vigile, a volte stanca il lettore con l’implacabilità della sua prosa che cancella le normali coordinate attraverso cui ci orientiamo, o quantomeno cerchiamo di orientarci, nella realtà – il passato e il presente, l’amore e il disamore, il giusto e l’ingiusto. Pure ci obbliga davvero a interrogare il romanzo, a stare al gioco della forza penetrante della sua migliore tradizione, e a non restare indifferenti o semplici distratti consumatori di parole di fronte alla conoscenza della vita che con esigente, complessa generosità ci regala.

Antonio Lobo Antunes, Non è mezzanotte chi vuole , trad. di Vittoria Martinetto, Feltrinelli, Milano, pagg. 416, € 22

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