Scenari

Il rompicapo valutario di Pechino

di Rita Fatiguso

5' di lettura

La Cina non riesce a spezzare il circolo vizioso in atto tra difesa del renminbi dalla svalutazione (e dalla speculazione al ribasso) a colpi di vendita delle riserve monetarie e inasprimento dei movimenti transfrontalieri per tamponare l'ingente fuga di capitali una mossa che, a sua volta, affonda ancor di più le quotazioni della divisa nazionale spingendo la Banca centrale a limare ulteriormente le riserve. E così via. È in atto a Pechino una lotta tra tutela della stabilità dei mercati e globalizzazione ormai avanzata del renminbi, tale da costringere le autorità cinesi a continui stop and go: con il Capodanno lunare e il bisogno di liquidità legato alle feste per regali, viaggi, stipendi e tasse da pagare, ebbene, nonostante ciò, ha vinto il partito della stabilità.

La Safe, il braccio armato della Banca centrale per i movimenti valutari, ha dato il via libera - con effetto immediato, si precisa, nella circolare - a misure draconiane per bloccare l’emorragia di flussi valutari. La chiusura del rubinetto, peraltro già ventilata nelle scorse settimane da varie autorità, dalla NDRC al MofCom, è controbilanciata da rassicurazioni sulla possibilità per le multinazionali di poter comunque, a certe condizioni, rimpatriare i profitti con la chiusura, a febbraio, dell’anno fiscale.

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Lo sviluppo dei mercati dei cambi deve avvenire, però, “in maniera sana” sottolinea il numero uno di Safe, Pang Gongsheng, che prima di Natale ha ricevuto la visita di Joerg Wuttke, presidente della Camera di commercio europea in Cina, evidentemente preoccupato sul fronte delle rimesse degli utili.

Il punto è che, questa volta, nel mirino di Pechino sono finite indirettamente anche le operazioni di investimento di aziende cinesi all'estero – nel 2016 si è registrata la cifra record di 150 miliardi di dollari, ben 372 operazioni da 206 miliardi, + 20% rispetto al 2015, se si considerano anche fallite – a rischio di essere vere e proprie coperture di movimenti di capitali, realizzate unicamente per spostare i soldi all'estero. Ed è la prima volta da quando nel 2013 Pechino ha avviato il programma Go Global di internazionalizzazione delle imprese cinesi che se ne parla apertamente.

Lo scenario delle M&A nel 2017 si presenta più duro del previsto sia per gli istituti di credito cinesi sia per quelli all’estero, sia per le banche internazionali: molte operazioni potrebbero rimanere bloccate. L’iniezione di burocrazia negli scambi valutari finalizzata a sostenere la stabilità della valuta nazionale – a novembre ai minimi da otto anni contro il dollaro Usa, nel 2016 ha perso il 6.5 sul biglietto verde, la perdita annua più consistente dal 1994 – si associa all'erosione delle riserve valutarie, un trend che il vice governatore Yi Gang ha definito «un rimedio migliore del male».

La fuga di capitali all’estero, causa ed effetto della svalutazione del renminbi è la spina nel fianco del Governo, i cinesi si sbarazzano in qualsiasi modo e a qualsiasi costo dei renminbi, un fiume di denaro finisce oltre i confini. Atto primo è quello di convertire subito i 50mila dollari ai quali si ha diritto nell'arco dell'anno, il che crea a gennaio uno tsunami di conversioni dal renminbi in valuta estera con lunghe code agli sportelli delle banche. Ma gli artigli di Safe quest'anno colpiranno anche le rimesse di utili il cui iter si complica, nonché le manovre realizzate dagli esportatori per giocare sulla valuta, gli spostamenti dei depositi all'estero delle banche cinesi, insomma il monitoraggio promette di essere stringente su prassi finora ben note agli addetti ai lavori dall'over pricing al transfer pricing e affini. A questo si aggiunga che dal 1° dicembre sono partite le restrizioni sui movimenti dei conti correnti e anche quelli delle carte di credito (anche all'estero) e perfino i pagamenti attuati su piattaforme online hanno subito grosse limitazioni.

Del resto, con il renminbi debole oggetto di feroci speculazioni le leggendarie riserve cinesi in valuta estera sono ai minimi storici. Dopo aver raggiunto il picco di 3,99 trilioni di dollari agli inizi del 2014 il tesoretto in valuta estera è piombato a quota 3,01 trilioni e secondo il Fmi la quota di 2,98 è la linea del Piave perché la Cina possa gestire tasso di cambio e flussi crossborder in maniera coerente.

“La guerra dei polli”, come la chiama Gordon Orr di MacKinsey tra speculatori e sacerdoti della stabilità continuerà per tutto il 2017.

Controllare i rischi, tuttavia, ha come effetto collaterale quello di bloccare la mobilità dei capitali, il che significa bloccare ancora di più l’economia cinese in lotta per la crescita e, quindi, frenare la tendenza all’apertura dei mercati: Pechino ha puntato tutto sull’internazionalizzazione del renminbi e sta adeguando il suo sistema a quello dei Diritti speciali di prelievo dell’Fmi, nel cui paniere è stato inserito lo scorso ottobre. Non solo. A gennaio riprendono i negoziati per far entrare le big chip cinesi nell'indice Msci, e la Cina rischia una nuova bocciatura (la quarta) presentandosi con una credenziale come la circolare Safe. Wu Xiaoling, ex numero due della Banca centrale, attuale co-chair del Comitato degli affari economici e finanziari del Parlamento cinese, pesca dalla memoria: «Nel 2008 ero ancora in Banca centrale, si era in piena crisi finanziaria globale, e le riserve cinesi erano una porzione esigua rispetto agli oltre 3mila trilioni di dollari attuali, eppure ogni giorno assistevamo impotenti all’uscita dal Paese di un fiume di renminbi, un effetto ingiustificato dell’irrazionalità dei comportamenti: reagimmo con durezza, ci furono proteste, anticipammo che le misure restrittive non sarebbero durate in eterno e così fu». «I mercati sono governati dall’irrazionalità – spiega Madame Wu -, tutto ciò che non è prevedibile è rischio, c’è l’idea che puntino verso un ulteriore deprezzamento della moneta e ciò spinge a spostare risorse altrove, come è sempre successo».

La casalinga cinese che corre in Banca a mettere al riparo i risparmi, vende yuan e compra dollari, si comporta in modo irrazionale. Ma anche se non lo facesse, c’è chi sostiene che le riserve cinesi caleranno, anche se la Banca centrale convincesse le banche – come si vocifera – ad acquistare a man bassa bond denominati in dollari sul mercato offshore. L’irrazionalità non tocca le famiglie facoltose che sanno come muovere i patrimoni, né i turisti – 170milioni di viaggi nel 2016- che, ad esempio, a Hong Kong acquistano polizze assicurative fino a 100 milioni di dollari usando renminbi. Vien da pensare che, in barba ai divieti, i cinesi un modo di aggirare la rete dei vincoli riusciranno sempre a trovarlo.

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