USA

Il ruggito (per ora) soffocato di Trump

di Mario Platero

Donald Trump alla cerimonia del Memorial Day (AP)

5' di lettura

NEW YORK - C’è un evidente paradosso nelle reazioni molto negativa di molti media e commentatori sia europei che americani a certe declamazioni di Donald Trump in Europa: la sostanza delle sue policies non corrisponde alla sua retorica molto spesso negativa e maldestra. L'uomo lo conosciamo. Troppo spesso si spinge fuori perimetro, è aggressivo, presuntuoso e vulnerabile, che sono poi ingredienti tipici di chi ha problemi di sicurezza. Ma dobbiamo chiederci: è giusto che certa dubbia retorica e immagini prevalgano sulla sostanza? Per Angela Merkel la risposta è sì. È in un anno elettorale e ha intravisto con la genialità che la contraddistingue un’apertura per proporre la Germania come alternativa al gigante americano che non è più buono. Per lei è un'occasione, è facile tradurre in minacce i toni spicci del Presidente americano e far dimenticare le azioni germano-centriche degli ultimi anni.

Ma se si guarda ai temi forti, a parte il congelamento di una decisione sul clima, su rapporto con UE, Nato e sugli equilibri commerciali, per ora poco è cambiato rispetto alle posizioni dell'amministrazione Obama su certi temi caldi.

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Partiamo dal commercio. Trump parla di «fair trade». Chiede, come aveva chiesto l'amministrazione Obama la verifica di certi accordi che già per l'amministrazione Obama, come ci aveva confermato qualche settimana fa su queste pagine il capo negoziatore commerciale americano Michael Froman apparivano datati (Nafta in primis). Trump attacca il surplus commerciale tedesco e per una volta qualcuno dice alla Merkel che se Berlino non prenderà provvedimenti per ridurre un avanzo inaccettabile l'America potrebbe reagire con delle contromisure.

Lesa maestà? Di nuovo, la novità è nel tono, più diretto, più aggressivo con quelle sopracciglia corrucciate che vogliono dare credibilità alle parole. Ma era stato Barack Obama ad attaccare per primo Berlino su questo fronte chiedendo alla Germania di prendere provvedimenti per ridurre il suo avanzo commerciale. Di più, quando era presidente, Obama aveva detto in vari contesti multilaterali che Berlino di fatto procedeva per la sua direzione contro l'interesse degli altri paesi membri dell'Unione, cosa peraltro condivisa sia allora che adesso in molte capitali europee, ma improvvisamente dimenticata se la retorica di Trump trova una cassa di risonanza minacciosa.

Obama ha espresso con chiarezza il suo rammarico per una politica commerciale tedesca egoista, non votata a una crescita condivisa con il resto dell'Europa. E chiedeva di compensare gli eccessi commerciali ad esempio con una aggressiva politica fiscale espansiva. Allora l'avanzo commerciale tedesco era attorno al 7% del Pil, altissimo per ogni standard. Oggi viaggia attorno all'8%: possibile che anche Obama, se fosse stato ancora presidente oggi avrebbe strattonato la Germania con maggior vigore? Possibile, e anche giusto, nell'interesse non solo americano ma anche europeo. Ed ecco il limite di Trump, mette «America First», non include l'Europa. È brusco e fa di tutta l’erba un fascio.

Cosa che ci porta al “Fair trade” (non “fair play” come e' stato scritto in alcune occasioni) altro dossier molto discusso. È un termine usato non soltanto da Trump, ma da molti democratici in Parlamento. “Fair trade”, traduciamolo come “commercio leale”, vuol dire non barare su accordi commerciali bilaterali o multilaterali. Vuole anche dire intervenire se qualche paese approfitta di una situazione di vantaggio competitivo artificiale, ad esempio sul cambio. Su questo, furono i democratici, tradizionalmente più legati dei repubblicani al sindacato e alla tutela dei posti di lavoro in fabbrica, a proporre ritorsioni contro la Cina ma anche contro l'Europa.

Di più, la minaccia di tariffe contro Pechino per compensare un tasso di cambio “unfair” “sleale” è stata formulata anni fa dal potente senatore democratico Chuck Schumer, oggi capo della minoranza democratica al Senato. La novità è che mentre Obama resisteva il passaggio alle maniere forti anche contro il suo alleato Schumer - ma questa era una sua caratteristica sia che si trattasse di linee rosse nella sabbia, di dialogo con Putin o di discussioni commerciali - Trump ha deciso di colorare i toni della generale insoddisfazione americana. E per il multilateralismo? Di nuovo, non dimentichiamo che fu Obama a ritirare il TPP e fu l'Europa a bloccare il TTIP, chiaramente anche su quel fronte l'aria era cambiata prima di Trump.

Lo stesso vale per la Nato o per i rapporti con l'Europa, il presidente americano ha virato su posizioni più moderate rispetto al suo debutto presidenziale dominato da estremisti come il suo stratega politico Stephen Bannon o l'aggressivo consigliere informale di politica estera John Bolton: la Nato non è più “obsoleta” se si concentra di più nella lotta al terrorismo. Il principio è passato agli incontri di Bruxelles e Trump ha accettato che non ci siano missioni militari ( anche perché sa che molti dei “boots” degli “stivali” sul campo, sarebbero suoi). Ma l'attenzione è invece stata focalizzata sulla ferma richiesta, di nuovo arrogante nei toni di una più equa redistribuzione dei costi per la difesa.

L'elemento dominante a Bruxelles, simbolo di un certo modo di essere di Trump è diventata la spinta con cui il presidente si è fatto largo per andare davanti al presidente del Montenegro per la foto di famiglia al vertice Nato

Trump ha chiesto che i paesi membri rispettino il 2% sul Pil di spesa per la difesa. Di nuovo, questo 2% non se l’è inventato lui, è stato ratificato da tutti i paesi membri fin dal 2006 ed è stato poi riaffermato agli incontri del Galles del 2014 quando si è verificato che solo 5 dei 28 membri rispettavano l'obiettivo del 2%. Trump lo ha detto di nuovo in modo più aggressivo, non vuole aspettare il 2024, data indicata dai paesi inadempienti come target per poter compensare certi problemi di rispetto di tetti di spesa.

Sono passati 11 anni dal 2006 e il messaggio come l'ha capito Angela Merkel è chiaro: non potete più contare sugli Stati Uniti per chiudere un occhio e anche due su impegni finanziari per la difesa comune che paesi europei (Germania inclusa nonostante il suo surplus) non rispettano. Di nuovo, toni più forti, ma poche novità di sostanza, Trump non ha chiesto di modificare quella percentuale al 3,6%, la quota di spesa americana per la difesa rispetto al PIL.

Anche l'incontro con l'Unione Europea ha presentato poche novità di sostanza a parte il solito “body language”. L'elemento dominante a Bruxelles, simbolo di un certo modo di essere di Trump è diventata la spinta con cui il presidente si è fatto largo per andare davanti al presidente del Montenegro per la foto di famiglia al vertice Nato.

Resta l'ambiente. Su questo c’è il rischio di sostanza. Se deciderà davvero un passo indietro sugli accordi di Parigi, Trump commetterà un errore, di immagine, di leadership, ma soprattutto economico: gli accordi sull'ambiente aprono la strada per nuovi posti di lavoro in settori avanzati, cosa che per Trump dovrebbe essere una priorità. Insomma tutti devono aggiustare il tiro: che Trump impari la duplicità della diplomazia e che i leader europei si rendano conto che certi impegni devono valere. Prossima verifica al G20 tedesco. Il tempo per trovare convergenze meno dirompenti su temi conosciuti, esplorati e discussi da molti anni c’è tutto. E non c’è dubbio che oggi abbiamo più bisogno di convergenze che di divergenze.

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