la competzione con la cina

Il ruolo europeo su ricerca, 5g e sicurezza

di Leonardo Bellodi


default onloading pic
(EPA)

3' di lettura

Provenienza geografica a parte, coronavirus e Huawei hanno un fattore che li accomuna: impongono entrambi una riflessione sul concetto di sicurezza nazionale, su quali settori siano meritevoli di protezione, sacrificando sull’altare dell’interesse nazionale l’economia aperta. Covid-19 e 5G impongono di estendere la portata degli strumenti a protezione dell’interesse generale.

Il Covid-19 sta avendo pesanti effetti sulle Borse e molte società strategiche sono diventate più contendibili. Vanno dunque rafforzate le attenzioni e gli strumenti di protezione. Inoltre, questa esperienza ci insegna che vi sono nuovi ambiti che devono essere ricompresi nell’alveo di quelli tutelati dalla golden power: quelli medicali in primis.

Discorso analogo vale per il nuovo Santo Graal tecnologico, il 5G, che continua ad alimentare il dibattito tra chi è a favore di una posizione di estremo rigore nei confronti della Cina, facendo prevalere il concetto di sicurezza nazionale rispetto a considerazioni di carattere economico e chi invece vuole salvaguardare il modello di “economia aperta”, limitandogli interventi.

Il 5G sta diventando la nuova Guerra fredda del nostro secolo e a ragione: è 200 volte più veloce del 4G e sarà essenziale per l’intelligenza artificiale, la costruzione di smart city, i pagamenti digitalizzati per non fare qualche esempio. È anche una tecnologia estremamente complessa con migliaia di fornitori diversi e che presenta una particolarità: la rete da fisica diventerà virtuale e flessibile, definita da software molto sofisticati.

Queste caratteristiche presentano una duplice criticità: è estremamente difficile controllare migliaia di fornitori e soprattutto un software è molto più vulnerabile e penetrabile da agenti esterni rispetto a un sistema i cui principali componenti sono fisici. Non vi è più un centro, un cuore del sistema da monitorare, vi sono invece infiniti angoli e altrettante potenziali backdoor.

È chiaro a tutti che la Cina è molto più avanti di qualsiasi altro Stato del mondo nella ricerca e sviluppo in questo settore a differenza di quanto è avvenuto per il Gsm o il 4G.

Ciò preoccupa non poco gli Stati Uniti in primis che ritengono che non sia possibile distinguere in questo ambito cosa è strategico e cosa si deve controllare o limitare. I timori non sono senza fondamento: dal 2017, una nuova legge cinese permette al governo di ordinare a società con sede nello Paese di spegnere gli apparati o, forse peggio, di utilizzare le loro infrastrutture per fini di intelligence.

Certo c’è chi fa notare che qualsiasi altro Stato avrebbe le stesse possibilità nel momento in cui sviluppasse e usasse la stessa tecnologia. E non è detto che i fornitori americani o europei siano più affidabili di quelli cinesi in termini di relazioni “particolari” con lo Stato di appartenenza. Vero, ma tutto dipende dal regime giuridico, dalla rule of law, dal sistema di checks and balances del Paese.

Vi è poi un altro aspetto da considerare: la Cina non ha una vera e propria economia di mercato, presentando caratteristiche tipiche di un’economia di stato (dirigismo industriale, controllo sulle produzioni, sussidi e così via).

D’altro lato è vero che le perdite economiche per le industrie europee e americane ammonterebbero a centinaia di miliardi di euro nel caso in cui non potessero collaborare con le industrie cinesi nell’ambito del 5G.

Il 5G è solo un esempio, anche se il più eclatante ed attuale, del dilemma che impatta sempre di più sulla sovranità dello Stato: sicurezza nazionale da una parte, benessere economico e sviluppo di nuove tecnologie dall’altra.

Vi sono dei casi in cui non è possibile un compromesso: determinate scelte economiche devono cedere il passo alla sicurezza dello Stato in nome di un interesse generale: e questo vale tanto per le telecomunicazioni che, come in questi giorni abbiamo imparato, per il settore medicale.

Ma sia il virus che il 5G ci consentono di cogliere un’opportunità. Durante la Guerra fredda, gli Stati Uniti hanno investito pesantemente nella ricerca scientifica e tecnologica per vincere la sfida con l’Unione Sovietica. E a prescindere dalla situazioni belliche, la cooperazione tra pubblico e privato è fondamentale. Nel 2019 un terzo dei brevetti statunitensi è stato finanziato con fondi federali. Il touch screen e il Gps sono il prodotto di ricerche finanziate dal ministero della Difesa. Le batterie della Tesla, le tecnologie per lo sviluppo dello shale gas che ha consentito agli Stati Uniti di diventare esportatori di energia, i Led sono brevetti realizzati grazie a fondi del ministero dell’Energia.

Lo stesso modello può essere applicato alla ricerca scientifica in ambito medicale, creando forti legami tra il pubblico e il privato per affrontare le pandemie del futuro.

Un solo Paese non basta per vincere queste enormi sfide: l’Europa può giocare un ruolo, pensando a un modello di “sicurezza nazionale comunitario”, finanziando ricerca scientifica, tecnologie e processi per preservarlo. D’altronde, non è quello che fa la Cina?

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...