Interventi

Il ruolo del risparmio private a supporto del rilancio del Paese

di Antonella Massari

(Wavebreak Media Ultra / AGF)

5' di lettura

L'eccezionalità del momento richiede misure eccezionali. Tale è la recente approvazione dell'emendamento che introduce in legge di Bilancio, all'articolo 35-bis, un credito d'imposta per le eventuali perdite relative agli investimenti dell'anno 2021 in Pir PMI. Un vaccino a scadenza che immunizza temporaneamente un mercato appena nato, da almeno una parte dei rischi che possono minacciarne lo sviluppo. Un paracadute fiscale che si configura oggi come un intervento necessario per arginare gli effetti di breve termine della crisi che stiamo vivendo. È centrale, infatti, che il risparmio privato trovi canali preferenziali per finanziare l'economia reale italiana, aiutando le imprese a fare un salto culturale verso fonti di finanziamento alternative a quelli tradizionali e, nello stesso tempo, che si apra una importante finestra di opportunità a tutti gli operatori specializzati per la creazione di nuovi strumenti atti ad alimentare le PMI stesse. Un'azione quindi sicuramente apprezzabile, che va nella giusta direzione. L'emendamento appena varato, in estrema sintesi, concede un credito d'imposta a fronte di eventuali perdite relative agli investimenti effettuati entro il 2021, anno in cui si misureranno le conseguenze economiche della pandemia, per una durata di minimo 5 anni, fino a un valore massimo di 60.000 euro (pari al 20% del tetto di 300mila euro annuale di investimenti in questo tipo di strumenti) detraibili dal 2026 in 10 rate annuali in compensazione con F24.
Le PMI costituiscono l'ossatura della nostra economia e il Parlamento evidentemente ha compreso che oggi più che mai necessitano di risorse e sostegno finanziario che possono arrivare anche attraverso investimenti privati di lungo periodo raccolti in adeguati strumenti finanziari. Questo genere di soluzioni è di solito caratterizzato da un livello di rischio elevato e, quindi, particolarmente adatto agli investitori private che, per loro natura, hanno un profilo più articolato e un risparmio più paziente. Stiamo parlando di 660.800 famiglie italiane a cui fanno capo patrimoni finanziari superiori al mezzo milione di euro, per uno stock totale di 1.150 miliardi di euro. Il processo di investimento di capitali privati in economia reale italiana, lentamente partito prima dello scoppio della pandemia, è stato oggi frenato bruscamente dalla crisi. Si tratta di liquidità che, in periodi come quello attuale con incertezza e volatilità a livelli record, ha ripiegato verso impieghi più liquidi e cautelativi o in strumenti finanziari che investono in imprese ed emittenti esteri ritenuti più sicuri.
Secondo l'ultima indagine Ipsos realizzata per AIPB, il 65% delle famiglie private, infatti, non è disponibile oggi a investire nel lungo periodo, una quota che riporta il dato al livello del 2018, annullando il progresso registrato nel 2019 (48%). L'82% delle famiglie private dichiara di voler risparmiare per affrontare eventuali emergenze, eppure il 65% delle stesse famiglie ritiene che in questa fase i risparmi debbano finanziare l'economia reale.
I tre livelli su cui agire per incentivare il trasferimento della ricchezza private alle PMI
In questo momento servono quindi interventi “a presa rapida”, non c'è più tempo per azioni di lungo e di lunghissimo periodo. Garanzie di successo possono derivare da una strategia sinergica con impatti positivi su tutti i soggetti chiave del processo: risparmiatori, imprese, gestori specializzati. I risparmiatori, perché valutino conveniente investire in fondi specializzati in PMI italiane. Le imprese, perché trovino utile e vantaggioso ricorrere a fonti di finanziamento di lungo periodo complementari al credito bancario. I gestori, perché reputino interessante il mercato italiano, tanto da localizzarsi in Italia e creare fondi che investano nelle nostre piccole e medie imprese. Interventi focalizzati solo su uno dei tre attori coinvolti rischierebbero di far dirottare sui mercati esteri quel risparmio di cui andiamo giustamente orgogliosi e di bloccare le nostre imprese nell'eterna emergenza, impossibilitate a portare finalmente avanti le lancette dell'orologio della crescita. La defiscalizzazione delle perdite dei Pir PMI potrebbe quindi essere un primo importante passo per allungare di nuovo gli orizzonti temporali dei risparmi private e per riportarli verso il finanziamento delle PMI italiane. Misura che ribadisce inoltre la necessità di fare del patrimonio privato del Paese una delle leve fondamentali per supportarne la crescita negli anni a venire. Ma c'è ancora molto da fare. Secondo le indagini realizzate da Ipsos per AIPB i clienti private sarebbero comunque disposti a tenere fermo per almeno 10 anni in investimenti illiquidi il 16% del loro patrimonio, in cambio di rendimenti interessanti (o incentivi fiscali). Oggi, tuttavia, le strategie specializzate in economia reale sono pari solo allo 0,4% dei portafogli finanziari: è chiaro che esista un cortocircuito che impedisce alle intenzioni di trasformarsi in azioni.
Le azioni pratiche per far fluire le risorse private verso le PMI
Diverse sono le azioni che si potrebbero intraprendere per alimentare il trasferimento delle risorse. Tema centrale è lo sviluppo di un'offerta adeguata. Ancora oggi il nostro Paese presenta caratteristiche culturali che non favoriscono lo sviluppo dei cosiddetti private market, che permetterebbero al risparmio privato di affluire agevolmente verso le attività produttive e le infrastrutture. Solo una minoranza di PMI è disposta ad aprirsi al mercato dei capitali di terzi, come dimostra anche la sottocapitalizzazione della nostra Borsa: cosa che limita fortemente il bacino di soggetti su cui investire. Dal lato dell'offerta, dunque, le opportunità di investimento per i risparmiatori sono ancora troppo limitate. A questo si aggiunge una ridotta presenza di professionalità esperte nella selezione delle opportunità presenti sul territorio nazionale. Si tratta di figure indispensabili, perché il loro lavoro riduce l'asimmetria informativa fra chi offre e chi richiede capitali, dal momento che è molto complicato valutare correttamente una PMI.
I due aspetti – di domanda e offerta - sono interconnessi. Sarebbe in questo senso auspicabile accelerare anche sul fronte della creazione di una definizione armonizzata a livello europeo della categoria intermedia di investitori semi professionali, basata sulla dimensione minima del portafoglio finanziario (superiore a 500mila euro) e sul livello di servizio (consulenza finanziaria di portafoglio e/o gestione patrimoniale). Si stabilirebbero in tal modo le peculiarità della clientela private rispetto alla cosiddetta retail, da cui la prima si differenzia per obiettivi e dinamiche di investimento dalla seconda. Inoltre, una categorizzazione di questo tipo servirebbe a rimuovere i limiti generati dall'applicazione dalla Mifid 2, che ha avuto molti meriti sul fronte della tutela dell'investitore retail, ma una serie di conseguenze negative per i clienti con patrimoni elevati in termini di limitato accesso al premio di illiquidità, di minore opportunità di diversificazione e decorrelazione, di scarso accesso ai benefici fiscali.

Antonella Massari è Segretario Generale di AIPB (Associazione Italiana Private Banking)

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