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Il ruolo trasversale del digitale nel piano nazionale di ripresa e resilienza

Alla luce delle decisioni del Consiglio europeo e delle proposte di Linee Guida

di Antonio Perrucci*

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Alla luce delle decisioni del Consiglio europeo e delle proposte di Linee Guida


4' di lettura

Nei giorni scorsi, sono accaduti due eventi di grande importanza per il ruolo che il digitale può svolgere per il rilancio dell'economia. Il 2 ottobre, il Consiglio Europeo ha stabilito che almeno il 20% dei fondi del Recovery and Resilience Facility sarà destinato al digitale. A metà settembre, il Governo italiano ha presentato le Linee Guida del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), nell'ambito del Next Generation EU (NGEU), attualmente all'esame del Parlamento Europeo.
La proposta di Linee Guida ha tenuto conto delle indicazioni "operative" della Commissione Europea, emanate il 17 settembre: tra l'altro, fornire un quadro delle principali sfide (main challenges) e degli obiettivi delle parti in cui si articola il Piano (objectives of component). Una specifica richiesta della Commissione riguarda la necessità di indicare in che misura ogni parte del Piano contribuirà alle transizioni digitale e verde.
Quest'ultima osservazione è utile per capire come mai le tematiche del digitale ricorrano con grande frequenza in questo documento del Governo.

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Digitalizzazione al primo posto nell'ipotesi di PNRR


In primo luogo, la digitalizzazione è la prima delle sei missioni in cui si articola l'ipotesi di PNRR, subito seguita da "rivoluzione verde e transizione ecologica". Le altre quattro missioni riguardano: infrastrutture per la mobilità; istruzione, formazione, ricerca e cultura; equità sociale, di genere e territoriale; salute.
All'interno della prima missione, il digitale assume un rilievo cruciale in oltre la metà dei clusters in cui le missioni si articolano. Più precisamente, in 8 clusters su 15, il digitale svolgerà un ruolo importante. Questo è il caso delle iniziative per le infrastrutture a banda ultra-larga (completamento rete nazionale in fibra ottica; interventi per lo sviluppo delle reti 5G; data center e cloud), ma anche degli interventi che riguardano la Pa, la Giustizia, le filiere produttive, i cittadini.

Digitale chiamato sempre in causa, esplicitamente o meno

In secondo luogo, anche per le altre 5 missioni il digitale viene chiamato in causa, esplicitamente o meno. Così è, ad esempio, per la missione "istruzione, formazione, ricerca e cultura" che, al primo posto dell'elenco dei clusters, prevede la digitalizzazione dei processi e degli strumenti di apprendimento. Analogo discorso può essere fatto per la missione "salute", dove si prevede la digitalizzazione dell'assistenza medica e dei servizi di prevenzione.
Risulta quindi naturale che il digitale, oltre a costituire una specifica missione, sia presente nelle altre missioni: ciò deriva dal carattere trasversale che le tecnologie digitali hanno assunto da tempo, permeando ogni sfera dell'attività umana e della società. Sotto questo profilo, l'impostazione seguita dalla Linee Guida per il PNRR appare condivisibile.
I problemi, invece, si presentano quando si passa alla implementazione del PNRR, con l'individuazione dei progetti, ognuno riconducibile a un cluster.
A questo riguardo, le Linee Guida dicono chiaramente che le proposte formulate dalle Amministrazioni, dagli enti territoriali e da potenziali co-investitori, saranno raccolte, per procedere successivamente a una selezione, secondo un insieme di criteri, a cominciare da quelli definiti dalla Commissione, in un apposito Regolamento, ma anche prevedendone ulteriori da parte del Governo.

Rischio che la molpeplicità di progetti porducano sprechi

In tal senso, si dovrebbe assumere che il lungo elenco di progetti per il PNRR predisposti dai vari ministeri rivesta una valenza indicativa, non vincolante. Bisogna augurarsi che sia davvero così; in caso contrario, troverebbero conferma le giuste perplessità avanzate da influenti economisti, in relazione alla mancanza di una visione di sistema, all'assenza di coordinamento, con il rischio che questa molteplicità di progetti sul digitale determini duplicazioni e sprechi, senza produrre effetti rilevanti per l'efficienza del sistema produttivo e la qualità della vita dei cittadini.

Fare chiarezza su modello di specializzazione prima di individuare progetti


In merito a una visione di sistema, va detto che le Linee Guida, rinviando al Piano di Rilancio presentato dal primo ministro nel giugno scorso, si richiamano a tre linee strategiche (modernizzazione del Paese, transizione ecologica, inclusione sociale e territoriale). Tuttavia, queste linee strategiche, ma anche le 6 missioni e l'elenco di 13 obiettivi quantitativi indicati nel documento, non definiscono di per sé una chiara visione del ruolo dell'economia italiana nel contesto europeo, alla luce delle rivoluzioni digitale e verde. Ad esempio, nel documento, a differenza delle conclusioni del Consiglio Europeo, non si menziona l'espressione politica industriale, strumento necessario a migliorare la competitività.
In particolare, qual è il modello di specializzazione che si ha in mente? In alcuni passaggi, sembra manifestarsi la scelta per la conferma dell'attuale, centrato sull'export e su produzioni "tradizionali", con l'indicazione di favorire processi di reshoring; in altri momenti, il documento sembrerebbe invece propendere per un riposizionamento verso produzioni a più alto contenuto tecnologico, a più alta intensità di digitale; ad esempio, laddove si sostiene che "l'Italia deve ambire ad essere un Paese innovatore, leader nelle tecnologie di frontiera". Sarebbe opportuno fare chiarezza su questo aspetto cruciale, prima di individuare gli specifici progetti da finanziare.
In conclusione, il complesso processo che si è messo in moto con la pubblicazione delle Linee Guida dovrebbe chiarire se gli interventi del Governo riguardano esclusivamente le politiche di contesto (riforme di PA, istruzione, ricerca etc) e infrastrutturali – comunque necessarie - oppure se l'adozione del PNRR sia anche un'opportunità per ridiscutere la collocazione dell'economia italiana nel contesto europeo ed internazionale.

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