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Il salario minimo rischia di alimentare lavoro nero, inflazione e contratti pirata

Prosegue il dibattito sul salario minimo

di Gabriele Fava

(Stockfotos-MG - stock.adobe.com)

4' di lettura

Prosegue il dibattito sul salario minimo il quale – contenuto in un Ddl fermo al Senato – continua a dividere la politica tra sostenitori e detrattori. Nel frattempo, l’Unione Europea ha approvato la direttiva volta a stabilire un quadro a livello comunitario per garantire, sia che i salari minimi siano fissati a un livello adeguato, sia che i lavoratori abbiano accesso alla tutela garantita dal salario minimo, sotto forma o di salari determinati da contratti collettivi o di un salario minimo legale. Si badi che la Direttiva non persegue l’obiettivo di imporre agli Stati membri in cui non esiste un salario minimo legale – tra cui l’Italia – l’obbligo di introdurlo, né di rendere i contratti collettivi universalmente applicabili, mirando – al contrario – da un lato, a estendere la copertura della contrattazione collettiva, dall’altro lato, imponendo – ai 21 Stati Ue che già prevedono
un salario minimo legale – il rispetto di una
serie di elementi al fine di garantire l’adeguatezza di quest’ultimo.

Ciò che occorre domandarsi effettivamente – prescindendo da apodittiche prese di posizione – è se l’introduzione di un salario minimo nel nostro Paese possa effettivamente avere una qualche utilità sociale in termini di aumento dei salari
e di crescita del potere d’acquisto dei lavoratori.

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Innanzitutto, qualora si optasse per l’introduzione di un vero e proprio salario minimo legale, si rivelerebbe impellente la necessità di stabilire a priori quale – tra il salario minimo previsto dalla legge e i minimi tabellari inclusi nella contrattazione collettiva – avrebbe la meglio. In caso contrario, l’aumento del contenzioso giudiziale risulterebbe inevitabile e, con esso, il proliferare di orientamenti giurisprudenziali contrastanti, a scapito della certezza del diritto.

Anche qualora, come auspicato dalla direttiva comunitaria, si optasse – anziché per l’introduzione di un salario minimo legale – per la convergenza verso l’alto dei salari minimi già previsti dalla contrattazione collettiva, non si potrebbe prescindere dagli effetti di rilievo economico che tale misura riverserebbe nei confronti delle imprese, in un momento storico già di per sé delicato per le stesse, vuoi per la pandemia, vuoi per il conflitto russo-ucraino. Infatti, il salario minimo, incrementando il costo del lavoro, potrebbe avere ripercussioni in termini occupazionali, segnando un incremento del tasso di disoccupazione così come del ricorso al lavoro irregolare.

A ciò si aggiunga altresì il possibile effetto inflazionistico di una tale misura: infatti, le imprese potrebbero riversare i maggiori costi del lavoro sui consumatori, determinando un ulteriore aumento dei prezzi dei prodotti dalle stesse commercializzati.

Tra l’altro, tale meccanismo potrebbe incentivare la conclusione di contratti c.d. pirata, stipulati da organizzazioni sindacali pressoché prive di rappresentatività al solo fine di prevedere minimi salariali più bassi rispetto ai contratti collettivi generalmente applicabili.

Infine, occorre considerare altresì l’attuale contesto produttivo, caratterizzato da economie in costante trasformazione tecnologica e organizzativa, ove la prestazione di lavoro è sempre meno incasellabile nell’ambito dei classici sistemi di inquadramento: la definizione di un salario minimo applicabile alla generalità dei lavoratori (o comunque a una categoria degli stessi) difficilmente potrebbe contribuire a garantire migliori condizioni laddove la retribuzione – alla luce della maggiore flessibilità organizzativa richiesta al lavoratore – risulta maggiormente ancorata al risultato e orientata a remunerare la professionalità del lavoratore piuttosto che le qualifiche definite dalla contrattazione collettiva.

Insomma, non è da escludere che la soluzione ai problemi del mercato del lavoro italiano possa passare attraverso ben altre misure, prima fra tutte il taglio del cuneo fiscale: se le imprese sono costrette a pagare troppe tasse, come si può pretendere che le stesse siano in grado di pagare gli stipendi ai propri dipendenti?

L’abbassamento del costo del lavoro – in Italia tra i più alti d’Europa – potrebbe aumentare i salari e ridare potere d’acquisto ai lavoratori. Tra l’altro, intervenendo sulle aliquote contributive e riducendo proporzionalmente il costo del lavoro per le imprese, queste ultime sono in grado di liberare risorse – non solo per garantire salari più elevati ai propri dipendenti – ma anche per la transizione digitale, la green economy e l’assunzione
di nuove risorse.

Ma vi è di più. La ripartenza del mercato del lavoro in Italia potrebbe passare anche attraverso il ridisegno del reddito di cittadinanza, ormai non più procrastinabile. Infatti, va evidenziato come tale misura funga – in alcune situazioni – da deterrente alla ricerca di una nuova occupazione o, addirittura, da incentivo al lavoro sommerso al solo fine di non perdere il sussidio. Non si tratta di eliminarlo del tutto, ma di convertirlo in un reddito di competenze in grado di spostare l’attenzione dall’elemento di mero sostegno al reddito all’attiva ricerca di una nuova occupazione affinché il soggetto rientri nel sistema
del mercato del lavoro nel più breve tempo possibile; forse, potrebbe essere utile legare
la perdita del sussidio già al rifiuto
della prima offerta di lavoro.

Insomma, in un tale scenario, la definizione di un salario minimo potrebbe rivelarsi – per certi aspetti – una misura anacronistica, ancorata a logiche del passato e non in grado di risolvere i problemi che assillano il lavoro in Italia.

La risposta alla domanda posta in apertura sembrerebbe, pertanto, volgere in senso negativo. A onore del vero, va comunque detto che il salario minimo legale potrebbe pur sempre sortire effetti positivi nei pochi settori non regolati dalla contrattazione collettiva, primo fra tutti il lavoro autonomo «economicamente dipendente», costituito da finte partite Iva o monocommittenze, spesso in balìa dei rapporti di forza con il committente. Al di fuori di tale ipotesi, tuttavia, la soluzione potrebbe – e dovrebbe – passare attraverso altre strade.

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