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Il segreto nella vita e sul campo è giocare d'anticipo. Parola di David Trezeguet

Un gol dopo l'altro e la capacità di essere nel posto giusto al momento giusto. Uno dei più grandi attaccanti di sempre, per i fan, Trezegoal, racconta com'è cambiato il calcio.

di Paco Guarnaccia

4' di lettura

“Quando gioca segna sempre Trezeguet”. Più che un coro da stadio, un dato di fatto. Perché con 171 gol in 320 presenze con la Juventus, David Trezeguet è stato il bomber straniero più prolifico della storia del club italiano. E con la nazionale francese, negli anni in cui ne è stato uno dei grandi protagonisti, ha vinto, con il suo apporto decisivo, i mondiali del 98 e gli europei del 2000. Oggi, a 45 anni, l'ex attaccante è un ambassador Fifa.

Che poster avevi in camera da bambino?

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Nessuno, ma avevo la foto di Maradona ai mondiali di Messico 1986.

Perché sei diventato un attaccante?

Da piccolo osservare le emozioni suscitate dai gol mi faceva impazzire. Una volta diventato attaccante ne ho avuto la conferma: l'adrenalina di quando segni per i tifosi e per i tuoi compagni è una sensazione fortissima difficile da spiegare.

Trezeguet o, per i fan, Trezegoal, è una delle icone del calcio scelte dalla casa orologiera svizzera per la sua campagna “Hublot loves footbal” dedicata alla Fifa World Cup Qatar 2022.

Dopo ogni gol, dai tifosi partiva il coro per te. Che cosa pensavi in quel momento?

Che stavo facendo quello che dovevo fare e che lo stavo facendo bene. Significava essere nel cuore del pubblico che, quando un giocatore si impegna con costanza, non mancherà mai di supportarti. Anche nei momenti meno felici.

Di gol nei hai fatti centinaia…

E li ricordo tutti. Il più bello e il più importante è stato quello decisivo contro l'Italia agli Europei del 2000 che ha fatto vincere la finale alla Francia in quella che è stata la mia partita della vita.

Sei stato la punta di squadre memorabili: le più forti?

La Juventus dal 2004 al 2006, in cui c'erano Buffon, Nedved, Ibrahimović, Emerson… e la nazionale francese dal 1998 al 2000 che, calcisticamente e umanamente, è stata molto importante per me. Alla fine sono in pochi che, come me, possono dire di aver giocato con tre palloni d'oro come Zidane, Cannavaro e Nedved.

Il difensore migliore tra gli avversari?

Paolo Maldini è stato quello che mi ha impressionato di più.

La squadra rivale per eccellenza?

Il Real Madrid dell'era dei “Galacticos” (dal 2000 al 2007, nda.). Un team pazzesco che però con la Juve ho battuto ben due volte in Champions League. In Italia, invece, fino al 2006 era il Milan.

La serie A in cui giocavi era il campionato dominante nel mondo. Oggi che non lo è più, pensi possa tornare a quei fasti?

Certo. Oggi è molto diverso, ma ci sono dei segnali di crescita.

In che direzione sta andando il calcio?

Oggi l'aspetto commerciale è molto più importante e la professionalità in questo campo è molto cresciuta. Marketing e social hanno avuto uno grande sviluppo, ma devono essere funzionali allo sviluppo del calcio per renderlo un business sostenibile in cui il lato sportivo resti il protagonista assoluto.

I social hanno cambiato anche la vita dei calciatori.

Prima se vincevi, passavi una settimana tranquilla. Se perdevi un po' meno. Oggi, a seconda del risultato, i giocatori si fanno vedere di più o di meno sui social che sono entrati in luoghi un tempo off-limits, come case e spogliatoi, esponendo, e non solo per questioni di campo, molto di più i calciatori ai giudizi delle persone. Non so se il loro utilizzo giochi pro o contro il calcio che, non va dimenticato, resta uno sport.

L'Italia ha mancato per la seconda volta di seguito la qualificazione ai Mondiali. Perché?

Resta una squadra di alto livello: ha vinto gli Europei e si è qualificata alla Final Four di Nations League. Mi piace la mentalità di Mancini che continua nella ricerca di nuovi giocatori giovani da adattare a un gioco veloce e offensivo. L'idea di cambio generazionale e di gioco propositivo mi fa pensare che abbiano le idee chiare. Detto questo, l'Italia è obbligata a tornare nel palcoscenico che le compete e che ha sempre meritato.

Che ragazzo eri all'apice della carriera e che uomo sei oggi?

Dopo gli allenamenti spesso mi fermavo a provare le giocate, i tiri e i colpi di testa: volevo sempre crescere e migliorare e, grazie a questo lavoro, penso di esserci riuscito. Oggi sono lontano dal ruolo che avevo da ragazzo, ma non smetto di impegnarmi per raggiungere i miei obiettivi. Cerco di viaggiare e di conoscere: sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli.

Come friend of the brand di Hublot che rapporto hai con il tempo? 

Quante volte guardi l'orologio? Sono maniacale nel rispetto degli orari perché tengo molto alla puntualità: è quasi un tic. Guardo sempre l'orologio per questo motivo e perché è un bell'oggetto e un lusso che hai sempre con te.

Tra l'altro una delle tue caratteristiche da giocatore era il tempismo. Eri sempre al posto giusto nel momento giusto: allenamento o istinto?

A livello sportivo, nell'usare il tempo penso di avere una dote naturale che poi è diventato un mio talento. Però c'è stato anche tanto allenamento dietro al mio tempismo: sapevo di non essere veloce, quindi lavoravo tanto su anticipo e reazione, sull'utilizzo degli spazi, e sulla collaborazione e lo studio delle caratteristiche dei miei compagni.

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