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Il semestre d’oro del lusso accessibile e del casual

Non solo le maison dell’alta gamma: gruppi come Geox, Piquadro, Aeffe crescono anche grazie al focus sulla sostenibilità, bene la gioielleria pret-à-porter

di Giulia Crivelli

4' di lettura

C’e stato un tempo, non lontano ma che sembra lontanissimo, in cui la settimana della moda di New York sembrava voler contendere la leadership a quelle europee e in particolare a Milano e Parigi. Un obiettivo della zarina (la definizione non è casuale) della moda americana, Anna Wintour, direttrice di Vogue dal 1988, global chief content officer di Condé Nast dal 2020, mai raggiunto: non solo è in crisi il gruppo editoriale al quale fanno capo molte riviste, oltre a Vogue. Lo sono la fashion week di New York e la locale Camera della moda, presieduta da un riluttante Tom Ford, che secondo alcuni starebbe per cedere il suo marchio al colosso Esteé Lauder ed è ormai più di casa in California che a New York. Non stanno benissimo nemmeno i marchi della moda americana, fatta eccezione per i nomi storici di Ralph Lauren e, in seconda battuta, Tommy Hilfiger e Calvin Klein. Gli stilisti delle generazioni successive, che avrebbero dovuto o potuto raccogliere il testimone dei grandi nomi, spinti proprio da Anna Wintour, non hanno mai davvero fatto il grande salto, tranne forse Marc Jacobs. Anna Sui, Zac Posen e persino Narciso Rodriguez – i cui introiti vengono in stragrande maggioranza dai profumi, non da abbigliamento e accessori – non hanno mai fatto il salto da giovani talentuosi a designer globali.

Il successo crescente del casual

Ma c’è un settore della moda, la cui nascita si deve proprio agli Stati Uniti, che non conosce crisi e che è di fatto leader nel mondo, come dimostrano le semestrali delle società quotate. All’inizio era il casualwear, poi diventato sportswear e infine streetwear, non a caso tutte parole americane. Ma l’ambito – da sempre snobbato da Anna Wintour – è lo stesso: abbigliamento e accessori sempre più lontani dall’idea di formale maschile e pret-à-porter femminile, sempre più unisex e sempre più d’ispirazione per marchi della moda veri e propri, da Armani a Zegna, da Gucci a Prada, passando per Dolce&Gabbana e senza dimenticare le maison francesi. Hanno successo e dettano le tendenze primo perché interpretano lo spirito del tempo: vestirsi comodi combinando caratteristiche di vari mondi e in particolare di quelli da sempre cari alle generazioni più giovani la musica e lo sport. Ma funzionano anche perché sembrano molte meglio avviati sulla strada della sostenibilità sociale e ambientale, che sarà la vera discriminante per i consumatori del futuro, a partire dalla generazione X (i nati tra il 1997 e la prima decade del Duemila). Ammesso che in realtà non lo sia già per quelli di oggi, se pensiamo non alla nicchia degli high net worth individuals (patrimoni liquidi da oltre un milione di euro o dollari), bensì al ben più grande mercato del medio di gamma, ai colossi del fast fashion e alle piattaforme digitali, che hanno smesso di correre a due cifre, ma non di crescere. Anche se tra le sfide da vincere c’è proprio la distribuzione: il rimbalzo post Covid del retail è legato alla sua trasformazione, ogni negozio deve diventare un’esperienza non necessariamente legata all’acquisto.

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L’Italia del lusso accessibile

Partiamo dall’Italia: Geox ha chiuso i primi sei mesi dell’esercizio con un fatturato a 340,6 milioni, in aumento del +29% e con un’accelerazione nel secondo trimestre, che con circa 156 milioni di fatturato (+35% sul secondo trimestre 2021 e +13% su quello del 2019) è il secondo miglior trimestre nella storia di Geox. Il periodo gennaio-giugno del gruppo Aeffe (marchi Alberta Ferretti, Philosophy by Lorenzo Serafini, Moschino e Pollini), posizionato nel medio-alto di gamma, si è chiuso con ricavi a 176,5 milioni di euro (+13,9% sul 2021). Piquadro, il cui esercizio fiscale inizia il 1° aprile, ha fornito i dati del trimestre aprile-giugno: il gruppo bolognese di pelletteria (marchi Piquadro, The Bridge e Lancel), ha chiuso con un fatturato di 32 milioni, in crescita del 47,2% rispetto all'analogo periodo dell'esercizio 21-22, quando chiuse a 21,8 milioni e il brand di punta, Piquadro, nel primo trimestre è cresciuto del 36,4% a 11,8 milioni, anche grazie a una strategia di attenzione alla sostenibilità di materiali e processi e alla formula che unisce design e funzionalità.

Bene anche il settore della gioielleria, dove le quotate a Piazza Affari sono pochissime: spiccano Gismondi 1754 e Fope. La prima ha chiuso il primo semestre a 7 milioni, con una crescita del 79,8% sul 2021, la seconda con ricavi netti consolidati di 27,7 milioni, 13 milioni in più rispetto al periodo gennaio-giugno 2021, pari a un +89,2%.Un dato particolarmente significativo se confrontato con il primo semestre 2019, rispetto ai quale la crescita è stata del 78,1 per cento. Tra i colossi globali della gioielleria accessibile spicca la danese Pandora: i risultati del primo semestre saranno annunciati martedì 16 agosto, ma nel primo trimestre il fatturato era salito a 5,69 miliardi di corone (764 milioni di euro), pari a un +21% sul 2021 e +18% rispetto ai livelli pre pandemia del 2019, sopra le attese degli analisti e con Italia e Regno Unito a +30 per cento.

I colossi dello sport

Anche grazie a “ibridazioni” con la moda, marchi come Puma (parte del gruppo francese Kering), che ha investito in collezioni adatte alla vita di tutti i giorni, accanto a quelle più tecniche e per sportivi professionisi, hanno chiuso il semestre in forte crescita: i ricavi sono saliti del 53,7%. Meno bene i colossi ed eterni rivali Adidas e Nike, esposti sul mercato russo, dove le vendite sono crollate. Il fatturato del primo semestre della prima è salito “solo” del 5%, l’anno fiscale del gruppo americano, i cui dati risalgono al 27 giugno scorso, ha visto un calo dell’1%. Ma le prospettive nel medio e lungo termine restano positive, grazie alla generazione X, alle partnership con la moda e agli investimenti in sostenibilità sociale e ambientale (nella foto in alto, il negozio Supreme di Milano, in corso Garibaldi. Il marchio di streetwear è parte del gruppo americano Vf).

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