il sistema acqua

Il servizio idrico e l’incertezza del governo

di Alfredo De Girolamo *


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(Fotogramma)

3' di lettura

Proprio mentre il servizio idrico nazionale, in questi ultimi anni, raggiunge la maturità industriale, c'è il rischio, come ha raccontato Giorgio Santilli in un lungo articolo sul Sole 24 Ore di domenica 13 gennaio, di smantellare tutto.
Il sistema dell'acqua ha fatto enormi passi avanti dal 2011 ad oggi, con l'avvio della Regolazione nazionale affidata ad ARERA.

Stabilità di regole e meccanismi tariffari, incentivi agli investimenti, obiettivi di qualità. Dal 2013 al 2017 gli investimenti sono passati da 1,2 a 3,6 miliardi di euro. Investimenti realizzati (non pianificati), che rappresentano quasi il 90% di quelli previsti. Tasso di investimenti ancora insufficiente, se non altro per adeguare la rete, che perde ancora in media il 41% dell'acqua immessa. Si dovrebbe arrivare almeno a 5 miliardi l'anno. È vero che la situazione nel Mezzogiorno appare ancora insoddisfacente, con molte gestioni in economia e profili tariffari non approvati. Ma nel complesso il sistema ha iniziato a girare, grazie anche alla sentenza del TAR Lombardia che nel 2014 ha sancito la completa legittimità della regolazione nazionale, anche alla luce del Referendum del 2011.

Ma il “vento referendario” ha ripreso vigore con il successo del Movimento 5 Stelle alle recenti elezioni, e la deputata Federica Daga ha presentato un disegno di legge (AC52) che punta a smantellare il sistema idrico attuale, in una logica di “ripubblicizzazione integrale”: stop alle gestioni in forma di spa e con i privati, servizio idrico gestito da enti pubblici, decadenza delle attuali concessioni al 2020, ritorno ad una regolazione politica del Ministero dell'Ambiente e non più di Arera, investimenti finanziati da fondi pubblici e non dalla tariffa, divieto di utili, 50 mc gratuiti a tutti gli utenti. Una ipotesi che vede contrari non solo i gestori attuali (Utilitalia), ma anche le Autorità di Ambito locali (ANEA) e molti analisti, che denunciano i rischi di questo smantellamento proprio in una momento di efficacia del sistema e di estrema necessità di investimenti per i prossimi anni.

I rischi denunciati non sono solo quelli del “costo” puro della ripubblicizzazione (stimati in 15 miliardi di Euro una tantum per le casse dello Stato, oltre alla copertura annuale degli investimenti stimata in 5 miliardi). Un esborso che potrebbe essere coperto da un finanziamento pagato dalla decurtazione degli attuali utili, un'ipotesi valutata anche dal Partito Laburista in Gran Bretagna, ma che andrebbe approfondita tecnicamente. Oltretutto un maggior controllo su utili e dividendi potrebbe essere già incluso nella attuale fase di regolazione, liberando risorse per investimenti aggiuntivi, senza necessariamente stravolgere tutto il sistema. Quanto poi al rischio “privatizzazione” siamo alle notizie false: in Italia le concessioni a soggetti privati riguardano un numero limitatissimo di casi, la maggior parte delle gestioni è pubblica, cosi come pubbliche sono le autorità di regolazione locali e nazionali, ed è pubblica la proprietà di risorsa idrica, tubi ed impianti.
Ma il rischio principale è il ritorno del sistema ad una dimensione “preindustriale” con le inefficienze conseguenti, un ritorno a logiche politiche ed elettorali, con la difficoltà a reperire finanziamenti sui mercati, considerata l'estrema difficoltà di coprire i costi in investimento con risorse pubbliche (oggi solo il 20 % degli investimenti è coperto da fondi statali ed europei, e la finanziaria 2019 ha impegnato una spesa di soli 400 milioni di euro).

Al disegno di legge 5 stelle per adesso si oppone un disegno di legge del PD (Braga, AC 773) che punta al rafforzamento dell'attuale architettura con piccoli correttivi. Quel che resta da capire è la posizione della Lega, che per adesso è apparsa tiepida rispetto alle posizioni del socio di governo, preoccupata soprattutto delle conseguenze sulle esperienze virtuose del nord Italia e della tenuta delle aziende quotate. Il rischio di una contrazione degli investimenti nel settore idrico rischia di far includere la proposta Daga, fra le proposte “no a tutto” del Movimento, insieme a Tav, Tap, grandi opere. Un rischio che il popolo della Lega non può e non vuole correre.

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