Opinioni

Il significato nuovo della sussidiarietà

di Giorgio Vittadini

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(alphaspirit - stock.adobe.com)


3' di lettura

«Nessuna società è mai riuscita a creare prima un mercato o uno Stato e poi una comunità. È invece da una comunità forte e solidale che possono svilupparsi e funzionare Stato e mercato»: così ammoniva Jeremy Rifkin, sollevando uno dei principali problemi della contemporaneità, quello della rappresentanza di bisogni e interessi di società sempre più globalizzate e sottoposte a cambiamenti veloci e radicali, sia di tipo culturale, che economico e sociale.

Quello che sostiene Rifkin è particolarmente vero per il nostro Paese, la cui storia è stata soprattutto quella delle sue diverse comunità, o corpi intermedi, che hanno saputo organizzare risposte ai più disparati bisogni della popolazione, ben prima del formarsi dello Stato unitario. Ospedali, mutue, banche popolari, realtà di rappresentanza di diversi interessi, di educazione e protezione sociale sono stati espressione della capacità di iniziativa, dell’energia, della creatività di generazioni di persone che hanno affermato un “noi”, oltre che un “io” e hanno così migliorato le proprie condizioni di vita.

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Da almeno un ventennio però la forza dei legami sociali si è indebolita ed è prevalso un modello di rapporto tra cittadino e istituzioni “disintermediato”, in cui è sembrato di poter fare a meno dei corpi intermedi. Una vera e propria campagna di discredito ha travolto infatti, non solo i partiti politici, ma anche realtà come i sindacati, le fondazioni bancarie, le cooperative.

In questo clima generale è arrivato il dramma della pandemia. Ed è stato subito evidente che le risposte non potevano arrivare solo dallo Stato o dal mercato. Ma soprattutto è stato naturale sentire che c’è una responsabilità personale da giocare, e che questa è parte fondamentale della propria identità. Un esempio per tutti – ma ce ne sono stati ovunque – quanto avvenuto a Bergamo, dove la Confartigianato, che aveva lanciato un appello aspettandosi una ventina di volontari, ne ha visti arrivare 250 il primo giorno e 175 quello dopo.

Ora, il bisogno di sussidiarietà, cioè di tornare ad avere una società vitale e propositiva, che la pandemia ha esaltato, è stato indagato da una recente ricerca realizzata da Ipsos (farà parte di un più ampio studio sui corpi intermedi curato da Fondazione Astrid e Fondazione per la Sussidiarietà).

L’indagine mostra un’inversione di tendenza nella percezione che gli italiani hanno dei corpi intermedi. Da un generale orientamento all’allentamento dei legami sociali e alla “disintermediazione” si è passati all’idea che il Terzo settore sia ormai indispensabile al buon funzionamento dello Stato sociale e dei servizi ad esso correlati. Quasi il 70% ritiene che sarà importante il ruolo delle associazioni e dei “corpi intermedi” nella ripartenza dell’Italia.

Mentre il 56% si ritiene deluso dalla democrazia e il 78,7% è favorevole al rafforzamento dei meccanismi di democrazia diretta, il mondo dell’associazionismo e del volontariato guadagna la fiducia della maggior parte degli intervistati. Il 41%, inoltre, ritiene che il compito principale dei corpi intermedi sia contribuire alla crescita e al benessere sociale dell'intero Paese; il 34% ritiene che sia supplire alle carenze delle politiche pubbliche e dei servizi pubblici; il 20% che sia sviluppare competenze e saperi sui temi specifici di cui si occupa l’ente.

La parola “sussidiarietà” è ancora sconosciuta ai più, ma il suo valore non lo è. E in un momento drammatico come questo, sotto tanti punti di vista, ce n’è bisogno.

Presidente Fondazione per la sussidiarietà

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