Lo spettatore

Il silenzio del diritto mentre la guerra infuria

di Natalino Irti

(Reuters)

3' di lettura

Il diritto si leva al tramonto, quando la giornata è conclusa o prossima a concludersi. Non parlo del diritto “quotidiano”, civile o penale, che accompagna il corso normale della vita, i traffici di mercato, le violazioni di proprietà altrui o di altri beni economici. Qui si dà che il diritto preveda e anticipi gli eventi del futuro: appunto, esso “dispone per l’avvenire”, cioè prova a impossessarsi di ciò che ancora può accadere. Altro è invece il diritto costituzionale e internazionale, che stanno lì sul confine della storia e ne registrano le mutevoli vicende. È la regione del rischio estremo, dove divampano gli incendi dei popoli, gli Stati entrano in guerra (e ne escono vincitori e vinti), rovinano vecchi ordini e si disegnano nuove forme di convivenza.

La voce del diritto, mentre la tempesta infuria, è debole, sommessa, inascoltata. Se la giornata è conclusa, gli uomini danno mano a nuovi edifici e progettano ordini diversi dal passato. Ma ci sono conti da regolare, finzioni ed ipocrisie da soddisfare, verginità storiche da ricomporre. Ed allora i vincitori riscoprono il diritto, e ne invocano le forme punitrici e redentrici.

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Già all’indomani della prima guerra mondiale fu chiesta alla Germania la consegna del Kaiser Guglielmo II, che si voleva tradurre in ceppi dinanzi a un tribunale dei vincitori come colpevole di aver scatenato il conflitto. Rifiutò la Germania; e rifiutò l’Olanda, in cui l’Hohenzollern aveva trovato asilo. In proposito fu detta la parola, più nuda di illusioni ed utopie, da Vittorio Emanuele Orlando, fondatore della scuola italiana di diritto pubblico, che sembrò opporre al simulacro di processo (previsto dall’art. 227 del Trattato di Versailles) la scabra e schietta rudezza dei Romani, trascinanti in catene il vinto Vercingetorige.

Si sa bene dell’impegno (ed anche di assai stimati studiosi italiani), svolto, dopo il processo di Norimberga, per costruire, con trattati e istituzioni di Corti, un diritto penale internazionale, su cui gravano gli interrogativi di sempre: l’anteriorità della norma violata, la posizione di assoluta imparzialità (e politica ed economica) del terzo giudicante, l’esecuzione coercitiva delle sentenze, e via seguitando. Quando la potenza accusatrice si fa potenza giudicante, emana sentenze e irroga sanzioni, allora la parola “diritto” può riposare inerte nei dizionari. Essa non è mai disgiungibile dalla figura di un “terzo”, che sia al di sopra delle parti in contesa, e ne possa accertare colpevolezza o innocenza.

Riaffiorano queste domande alla lettura di un nitido saggio di Rosario Aitala e Fulvio Palombino (che può trovarsi nell’ultimo fascicolo di Limes, la colta e autorevole rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo). Le pagine sono percorse dalla consapevolezza che, nelle ore più crudeli della storia, il diritto fatica a dire la propria parola, e quasi si fa da canto in attesa dell’aurora. La guerra ahimè! ha questa intima capacità generatrice, decreta il tramonto di vecchi ordini, di classi sociali e ceti dirigenti, e di altri promuove la nascita e abbozza il disegno.

Nulla ritorna come prima, quasi che si chiuda una semplice parentesi, un intervallo di sangue e dolore, e tutto si ricomponga nelle vecchie strutture. E ciò che sorge o s’annuncia è sovente fuori da ogni disegno di statisti e governi, per una “eterogenesi di fini” che salgono dalle cose stesse nel loro farsi e determinarsi. Quando dai filosofi si teorizzano “tribunali della storia” o “tribunali del mondo”, si coglie, con accenti fra mistici e arcani, questo svolgersi inatteso dei fatti, che gli uomini si trovano dinanzi ed a cui pur debbono piegarsi. Il grande e vecchio Orlando, che aveva attraversato la fine del secolo decimonono ed i primi decenni del ventesimo, e compiuto esperienze di studî e di governo, di diplomazia e di lotte politiche, giungeva alla religiosa conclusione che «certe condanne le può pronunziare soltanto il Destino e che quando Dio interviene, non vi è più posto per i giudizi dell’uomo».

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