osservatorio immagino nielsen GS1 italy

Il simbolo dell’italianità sul cibo vale 7 miliardi

Il peso dei prodotti a marchio regionale è stimato a 2,3 miliardi, in aumento del 2,4%

di Giorgio dell'Orefice

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(Adobe Stock)

Il peso dei prodotti a marchio regionale è stimato a 2,3 miliardi, in aumento del 2,4%


2' di lettura

Il riferimento al made in Italy nell’alimentare paga, anche in Italia. È quanto è emerso dalla sesta edizione dell’indagine dell’Osservatorio Immagino Nielsen GS1 Italy che ha stimato come l’universo dei prodotti agroalimentari in vendita nella grande distribuzione italiana che si richiama all’italianità attraverso indicazioni in etichetta – ma anche simboli o certificazioni – coinvolge 19.228 referenze per un giro d’affari di 7,1 miliardi. Un fatturato che anche nel 2019 è risultato in crescita dell’1,3% rispetto all’anno precedente.

Un tema questo dell’italianità dei prodotti agroalimentari che appare di grande interesse in una congiuntura come quella dell’attuale crisi, che vede tanti del mondo produttivo chiedere ai consumatori, nell’ottica di sostenere l’economia nazionale, di privilegiare nei propri consumi i prodotti made in Italy. In termini di quote l’italianità dei prodotti copre il 25,2% del fatturato e il 24,4% dei prodotti a scaffale nel largo consumo.

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Il rapporto Nielsen differenzia alcune specifiche categorie di italianità. La prima in termini di fatturato è quella che riporta sulle confezioni la bandiera italiana. Un segmento che vale il 15% del giro d’affari dei prodotti italiani. A seguire l’etichetta “100% italiano”, che copre una quota dell’8,7% ma è anche una di quelle con le migliori performance visto che ha registrato un incremento del 3,5% su base annua. «Si tratta – si legge nel rapporto Nielsen – di un claim che campeggia soprattutto su gelati, merendine, pasta, pasticceria e affettati».

A colpire è che tra i prodotti che fanno ricorso all’etichetta “100% italiano” manca proprio quello che negli anni scorsi ne ha fatto una battaglia arrivando a ottenere persino un disciplinare di produzione : l’olio d’oliva. Proseguendo tra i claim che si rifanno all’italianità al terzo posto la dicitura “prodotto in Italia” che rappresenta ancora il 5,9% del fatturato complessivo ma risulta in calo dello 0,6% rispetto all’anno precedente.

Performance positiva anche per i marchi Doc/Docg che però riguardano i soli vini e che, pur facendo riferimento a un unico prodotto, coprono complessivamente il 2% del fatturato del made in Italy alimentare. Sigle inoltre che hanno messo a segno una crescita del 3,4% rispetto all’anno precedente. Positivo anche il trend delle etichette Dop (con fatturato aumentato dell’1,6%) e che hanno dato i migliori risultati in termini di vendita per formaggi innanzitutto ma anche arance, pomodori, cipolle confezionate.

Infine, novità dell’edizione 2020 dell’Osservatorio Immagino di Nielsen: i prodotti a marchio regionale. «Si tratta – spiegano alla Nielsen – dai vini ai formaggi, dai salumi all’ortofrutta e che complessivamente vale 2,34 miliardi di euro (+2,4%). In termini quantitativi il riferimento regionale accomuna il 10,8% delle referenze food nella grande distribuzione». Al primo posto tra le regioni il Trentino Alto Adige con una quota sul fatturato complessivo dell’1,2%. A seguire Piemonte ed Emilia Romagna (entrambe con un quota dello 0,9), poi Toscana , Veneto e Sicilia. Insospettabile la regione che ha registrato la migliore performance: il Molise con un +28,4% seguita dalla Puglia (+13,1 per cento).

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