Cassazione

Il sindacato può «denunciare» al giudice italiano le violazioni nelle basi Usa Nato

Accolto il ricorso per applicare l’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori sull’azione per comportamento antisindacale: sempre negata dalle Sezioni Unite

di Patrizia Maciocchi

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3' di lettura

I sindacati hanno il diritto di “denunciare” al giudice del lavoro italiano i presunti comportamenti antisindacali messi in atto nei confronti delle rappresentanze dei lavoratori italiani nelle basi Nato Usa nel territorio. Nello specifico nel mirino della Filcams, sigla aderente alla Cgil, erano finite le condotte tenute a Vicenza e a Sigonella. Per i ricorrenti alla rappresentanza locale era negato il diritto di partecipare alle trattative per il rinnovo della contrattazione collettiva, ovviamente per quanto riguardava il personale italiano. Altri j’accuse riguardavano la mancata risposta alle richieste di incontri e di chiarimenti sull’utilizzo della videosorveglianza nei luoghi di lavoro, e la negata possibilità di rappresentare un lavoratore in un procedimento disciplinare, malgrado la delega di quest’ultimo.

L’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori

Comportamenti che la ricorrente aveva portato - come previsto dall’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori - all’attenzione del giudice del lavoro italiano, il quale aveva però escluso la sua giurisdizione. Un decisione basata sul principio dell’immunità degli stati esteri per l’esercizio dei poteri pubblicistici di autorganizzazione, «che subirebbero compressioni o condizionamenti in caso di emanazione di ordini consistenti in un facere, propri della tutela ex articolo 28 dello Statuto dei lavoratori». A supporto dell’esclusione della giurisdizione, anche la considerazione «del distinto ambito e livello di tutela del rapporto di lavoro, rispetto a quelli entro cui si esprime l’esercizio delle prerogative sindacali». La Cassazione accoglie invece il ricorso contro gli Stati uniti. Con la sentenza 2849, le Sezioni unite, considerano irrilevante la distinzione di ambiti e livelli tra rapporto di lavoro e attività sindacale sostenuta nella sentenza impugnata. E questo grazie alla tutela, assicurata dalla Carta, all’azione sindacale «come protezione del riconoscimento e delle garanzie dei diritti inviolabili dei lavoratori».

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Accordo di Parigi e Convenzione di Londra

Una conferma della rilevanza del ruolo del sindacato, nel presidio dello statuto della manodopera locale, arriva anche dall’articolo 8 dell’accordo di Parigi, che lascia alle leggi italiane la regolamentazione delle clausole contrattuali e delle condizioni di lavoro. Una previsione che, al pari della Convenzione di Londra, è applicabile al caso esaminato, al contrario di quanto sostenuto dal Governo Usa.

I supremi giudici sottolineano che la causa del contratto di lavoro del personale civile dello Stato di soggiorno, impiegato da una forza armata «è tipizzata, ab origine, nelle esigenze locali” di manodopera, di modo che il personale che le soddisfa non è in alcun caso considerato componente della forza armata». La Cassazione - Patti e Convenzioni alla mano - afferma che «il potere regolamentare dei quartieri generali risponde ad una concessione fatta dall’Italia, in una materia già disciplinata dall’ordinamento interno, in modo che la tutela giurisdizionale riconosciuta al personale in questione, proprio perchè già spettante, non può essere pregiudicata dall’intervento degli organi interni della Nato».

I precedenti “anacronistici” delle Sezioni Unite

Chiarita l’assenza di un’immunità giurisdizionale, il Supremo collegio include nella giurisdizione italiana anche l’azione intrapresa dal sindacato a tutela delle sue prerogative e della sua attività. Possibilità esclusa nei precedenti gradi di giudizio, facendo leva anche su due sentenze delle Sezioni unite (3368/77 e 1677/81). Verdetti - bollati come anacronistici - secondo i quali l’azione, prevista dall’articolo 28 dello Statuto del lavoratori, non sarebbe esperibile nei confronti del quartier generale delle forze alleate del Sud Europa, neppure da parte di sindacati formati dal personale a statuto locale. Sgombrato il campo dall’equivoco che all’applicazione dell’articolo 28 siano di ostacolo norme sovranazionali, i giudici ricordano l’importanza del nesso tra libertà sindacale e contrattazione. Per il Supremo collegio le discriminazioni nelle trattative sindacali o il rifiuto di accettare le organizzazioni nelle quali i lavoratori si riconoscono «non lede soltanto l’interesse proprio dell’organizzazione sindacale, ma anche, e specialmente, i diritti, le libertà e gli interessi che, come sottolineava autorevole dottrina - si legge nella sentenza - attengono alla posizione dell’uomo che lavora e, che appunto, si identifica con quell’organizzazione».

Le condizioni di protezione

Mentre è proprio l’esercizio dell’attività sindacale che, a monte, contribuisce a definire «la cornice di disciplina entro la quale si inserisce il contratto di lavoro e, poi, a presidiarne e rafforzarne le tutele». Per chiudere, il richiamo è alla Convenzione di Londra sulle «condizioni di protezione» nei luoghi di lavoro, garantite proprio dalla presenza dei sindacati sul posto «volta ad ottenere, da un lato, l’effettività della regolamentazione protettiva già legislativamente predisposta e, dall’altro, ulteriori conquiste». Una presenza, concludono le Sezioni unite, che si può considerare attiva, solo se al sindacato è garantita la “giustiziabilità” delle violazioni già messe in atto o preventivate. E a questo proposito i giudici citano la Consulta, secondo la quale «sarebbe invero arduo individuare quanto resterebbe di un diritto se non potesse essere fatto valere dinanzi ad un giudice per avere affettiva tutela».

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