Il piano di rientro

Il sindaco di Palermo Orlando: ecco come eviteremo il dissesto

Sul nodo bilancio: «Ho da rimproverarmi di non aver fatto troppi debiti e avere tenuto i conti del Comune in ordine. Con i criteri che ci sono ci avrebbero dato più soldi»

di Nino Amadore

(IMAGOECONOMICA)

5' di lettura

Una città che si dibatte e si storce. I conti del Comune di Palermo che tolgono il sonno e a cascata tutti gli altri problemi. Mancano circa sessanta giorni alla fine di un'epoca: dal 12 giugno, si può dire al netto di ballottaggi comunque dati per probabili, Leoluca Orlando non sarà più il sindaco di Palermo, la città cui si può dire ha dedicato la sua vita a far data dal 6 gennaio 1980 praticamente al capezzale di Piersanti Mattarella, il suo maestro, il presidente della Regione siciliana ucciso quel giorno dalla mafia. Orlando, u sinnacu come lo chiamano tutti, è al primo piano di Palazzo delle Aquile: prepara le contromosse dopo la bocciatura della delibera sull'Irpef e quello che viene definito l’agguato al Piano di rientro. Fuori una città assolata che ricomincia a popolarsi di turisti e dunque arriva una boccata d’ossigeno per l’economia cittadina: la pandemia ha colpito duro ma Via Maqueda dà concreti segnali di resistenza.

Sulla questione del bilancio, dopo aver letto le dichiarazioni roboanti sui consiglieri comunali, la domanda è secca: ma lei non ha nulla da rimproverarsi? «Sì – dice – di non aver fatto troppi debiti e avere tenuto i conti del Comune in ordine. Con i criteri che ci sono ci avrebbero dato più soldi». 

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In consiglio comunale hanno votato contro in massa i renziani. Ma lei non era amico di Matteo Renzi?

Posso dirti una cosa: lui ha il cupio dissolvi. Lui ha distrutto il Pd, distrutto il governo Letta, distrutto la Costituzione e se stesso. È un demolitore e non ha cultura di governo. È un vero populista. Vive di slogan e non ha una progettualità

Non le fa rabbia finire la sua grande e autorevole esperienza da sindaco in queste condizioni?

Sono abituato a metterci la faccia sempre: quando piove e quando c’è il sole. Il mio impegno politico prescinde dal successo e ho dedicato la mia vita a questa città: posso dire che se muoio stanotte muoio felice, missione compiuta. Non completata, qualche problema c’è. Io ho cominciato la mia esperienza il 6 gennaio 1980. Davanti al corpo di Piersanti Irma, Sergio tutti a dirmi: non puoi consentire che Piersanti muoia una seconda volta. Hai trent’anni, il più giovane professore di Diritto pubblico d’Italia, non hai mai incontrato i politici che hanno concorso all’omicidio di Piersanti. Io non ho mai incontrato Ciancimino nemmeno in ascensore.

Ma li ha avuti i cianciminani in giunta nella prima fase mi pare? O mi sbaglio?

No, attenzione, attenzione: noi i cianciminiani non li abbiamo messi in lista. C’erano gli andreottiani.  A me toccava fare questa parte ed ero il vicecommissario di Sergio e dovevo ricevere i cianciminiani e dire: per ragioni di opportunità non potete essere in lista. A Midolo, mitico assessore ai grandi appalti gli dissi: sai il partito ha deciso di non candidarti. E lui: “ma perché? Io vivo di pensione, ho una 500, i miei figli sono disoccupati. Parla con il procuratore fatti dire cosa pensa di me”. Posso dire: posso scommettere che non prendeva tangenti e quindi era mafioso. La tangente è segno di libertà: lui apprendeva dal giornale che era diventato assessore e firmava tutto quello che gli veniva portato. E non aveva la libertà di prendere la tangente. Una volta mi vennero a trovare due signori che io non conoscevo: certi Pennino. Io ero candidato a consigliere comunale insieme a Sergio Mattarella che poi era la condizione per diventare sindaco. Ho chiesto di essere messo in ordine alfabetico, Elda Pucci ha chiesto di essere numero due. Mi vennero a trovare e cominciarono così: professore, noi siamo qua, lei è un uomo di Palermo, pensiamo ai nostri figli, ai nostri nipoti, noi le faremo la campagna elettorale con i manifesti e se domani qualcuno si presenta da lei per chiedere qualcosa sappia che non siamo noi a mandarlo. Si vedeva che non erano esattamente gentleman ma osa dici a uno che ti viene a dire: io voto per te. Il sospetto era: loro volevano che io superassi Mattarella per poter dire anche Orlando si vende e tradisce. A un certo punto mi venne la genialata: ma io chi sono per ringraziarvi, io non sono il partito, è bene che il grazie lo dica il professore Mattarella. E loro: no grazie abbiamo da fare.

Quanti Pennino ci sono oggi a Palermo?

Sono molti e sono più pericolosi perché invisibili. Noi abbiamo una categoria di persone a Palermo, lascia stare i mafiosi di borgata. I prestanomi dei mafiosi: noi abbiamo in questa città un capitale di persone che hanno superproprietà ma non fanno gli imprenditori. Oggi il mafioso non è imprenditore a Palermo forse lo è a Parigi o ad Amburgo. Loro mantengono a Palermo una posizione parassitaria poi come hanno fatto a regolare i conti con il dante causa lo sanno loro ma siccome i mafiosi vanno morendo al 41bis. È una presenza duie volte negativa: la prima perché sono mafiosi, la seconda perché non seguono il modello americano. I figlio di questi non fa l’imprenditore. Se almeno fai l’imprenditore metti in circuito la ricchezza.

Quindi non c’è nemmeno quella ricchezza nel Pil di Palermo.

Non abbiamo la ricchezza mafiosa. Ci sono quei quattro scassapagghiari (poveracci) camerieri degli ’ndranghetisti. Noi abbiamo proprietà immobiliari pazzesche. Questa città ha una borghesia parassitaria che non è solo mafiosa. Anche l’altra segue il modello.

C’è una lacuna investigativa?

È complicato. Dicono lo sai: mio padre è morto, io cosa centro e così via. Anche perché ormai siamo alla seconda generazione. Una cosa è certa: la mafia non governa Palermo. Paradossalmente non governa perché ha scelto di essere parassitaria. Ti posso dire la mia preoccupazione?

Prego, mi dica.

La mia preoccupazione è che vada al governo un blocco sociale sostenuto dai mafiosi parassitari. I parassitari fanno fondi immobiliari e non li prendi.

Mi è arrivato un elenco di opere del Pnrr che mi è sembrato un po’ scarno, forse è quello sbagliato?

Abbiamo fatto i Piani urbani integrati con progetti per 198 milioni: 50 per Palermo, 50 per la città metropolitana e 98 per tutti gli altri comuni. I 50 di Palermo li abbiamo dedicati alla zona di Oreto, la riqualificazione di via Messina Marine, il Parco Libero Grassi e la bretella tra la zona industriale di Brancaccio e l’autostrada. La Città metropolitana ha previsto la costruzione di un polo didattico con circa 30 milioni di investimento per togliere gli affitti delle scuole. Perché io ho trovato che gli affitti andavano a quei cognomi lì. Questi cosa facevano: non firmavano il contratto e non firmando il contratto facevano le manutenzioni a convenienza e chiedevano il pagamento di una indennità di occupazione. Ho fatto fare una stima e poi ho disposto di diffidarli: o firmi il contratto o ti pago la metà. Cominciarono ad arrivare le telefonate: un galantuomo, un distinto marchese, un magistrato. E così conosco Palermo. Si tratta di cognomi pesanti, quelli del sacco di Palermo. Mi hanno chiesto un incontro e hanno cominciato i decreti aggiuntivi e finora ho avuto ragione.

Per le elezioni di Palermo come la vede?

Io ho l’abitudine di dire quello che penso: ma come si può accettare che venga Dell’Utri a scegliere il candidato sindaco? Lui è venuto per fregare me. Dell’Utri e Cuffaro, due candidati per mafia che scelgono i candidati. Ma è normale? Per questo penso che se Franco Miceli arriverà al ballottaggio vincerà. Perché se andrà al ballottaggio io sarò la Madonna pellegrina che ricorda che ci sono due alternative. 

Cosa farà Leoluca Orlando dal 12 giugno?

Cercherò di dare sostanza ai valori della mia esperienza. Con una attività molto internazionale. Mi piacerebbe occuparmi dell’Africa perché il futuro del mondo è lì dove c’è lo scarto maggiore tra ricchezza e vita.

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