Luxury Summit del Sole 24 Ore

Il sistema moda vale la metà del surplus italiano

di Giulia Crivelli


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3' di lettura

La moda italiana continua a viaggiare a una velocità più sostenuta dell’economia del nostro Paese e nell’ultima parte del 2016 e nel primo trimestre del 2017 c’è stata un’ulteriore accelerata. Sarebbero di per sé buone notizie, ma lo sono ancora di più se si pensa che il tessile-abbigliamento-moda è la seconda industria italiana dopo la meccanica. Lo hanno ricordato Carlo Capasa e Claudio Marenzi, presidenti, rispettivamente, della Camera della moda e di Confindustria Moda, aprendo i lavori del nono Luxury Summit del Sole 24 Ore, che prosegue oggi a Milano con una giornata dedicata al settore beauty.

«Se consideriamo il sistema moda in senso allargato, includendo eccellenze come occhiali, gioielli e cosmetica, nel 2016 il fatturato ha sfiorato gli 84 miliardi – ha detto Capasa, al vertice della Camera della moda dal 2015 –. L’export è stato di 62 miliardi e ha portato il surplus a 25 miliardi, metà di quello italiano nel suo complesso, che nel 2016 ha registrato un record assoluto. Il sistema moda, non lo ripeterò mai abbastanza, promuove nel mondo un’immagine positiva dell’Italia ed è un volàno economico straordinario». Carlo Capasa ha poi anticipato i dati del bimestre gennaio-febbraio: «Il calo verso gli Stati Uniti è passato dal -4,5% del 2016 a un -0,2%, mentre la Cina da un -0,2% è arrivata a +4,2%. Bene anche Giappone e Hong Kong, con export in aumento, rispettivamente, del 5,8% e dell’8,5 per cento. Forte ripresa infine, +19,5%, dell’export dall’Italia verso la Russia».

Negli ultimi anni a trainare le crescite di molti settori, non solo della moda, e del Pil italiano nel suo complesso (per quanto possibile, vista la crisi dei consumi interni) è stato proprio l’export e sul tema è intervenuto anche Claudio Marenzi, dal 2013 presidente di Sistema moda Italia e da quest’anno al vertice di Pitti Immagine e della neonata Confindustria Moda.

«La crisi mondiale innescata nel 2008 dal crac di Lehman Brothers ha messo a dura prova il sistema moda, ma oggi guardiamo al futuro con cauto ottimismo. Primo, perché con Carlo Capasa e il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda abbiamo costruito autentici progetti di squadra di breve, medio e lungo termine – ha spiegato Marenzi –. Secondo, perché il made in Italy continua a essere apprezzato nei Paesi che crescono di più, come Cina e Corea in Asia. Non possiamo però nasconderci due problemi: il rallentamento dell’export verso gli Stati Uniti e la crescita dei flussi turistici dalla Cina verso la Russia, a scapito, anche, di Italia e Francia».

Di internazionalizzazione e della necessità di trovare i capitali per realizzarla, in particolare per imprese di medie dimensioni, ha parlato Maurizio Castello di Kpmg (si veda Il Sole 24 Ore di ieri), mentre Davide Consiglio, principal di Boston Consulting Group, si è concentrato su un tema strategico per gli operatori del lusso, la segmentazione dei consumatori. Un esercizio che ha poco di intuitivo e molto di statistico, ma che rischia di diventare sterile se non si individua una strategia che massimizzi il potere dei dati. «La potenza di calcolo di cui disponiamo oggi farebbe la felicità di Thomas Bayes, uno dei padri della statistica, che morì però nel 1761. Usiamo ancora il suo teorema, ma grazie ai computer abbiamo capacità di previsione dei comportamenti futuri che rasentano, in effetti, la divinazione. Solo che è tutto vero e affidabile».

Secondo Davide Consiglio la moda e il lusso devono sfruttare le nuove opportunità di iperpersonalizzazione che la segmentazione 2.0, per così dire, offre. «La crescita del lusso proseguirà, ma se tra il 2009 e il 2013 è stata dell’8,3% e tra il 2013 e il 2016 del 3,8%, da qui al 2023 prevediamo un +2-3%. Per sostenerla la customizzazione è strategica: già oggi il 22% dei consumatori di lusso la ritengono rilevante per fare acquisti, percentuale destinata ad aumentare in ogni Paese e in particolare tra i Millennials, i nati dopo il 1980».

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