Atlante politico

Il sistema dei partiti alla ricerca dell’equilibrio perduto

di Roberto D'Alimonte

(Agf Creative)

4' di lettura

Sono passati più di otto anni dalle elezioni politiche del 2013 e il sistema politico italiano è ancora in cerca di un punto di equilibrio. Il successo del M5s in quella consultazione e la sua conferma nel 2018 hanno provocato un terremoto le cui scosse di assestamento continuano oggi. Dal 1994 al 2013 sono stati gli elettori a decidere i governi. E sono stati i partiti a disfarli e rifarli in Parlamento fino alle elezioni successive. Né la legge Mattarella, con i suoi collegi uninominali, né la legge Calderoli, con i suoi premi di maggioranza, hanno garantito la stabilità dei governi usciti dalle urne. Ciò non toglie che fino al 2013 le urne hanno deciso il primo governo di ciascuna legislatura. Era l’effetto del bipolarismo generato dal collegio e dal premio e delle scelte cui i partiti sono stati “costretti” dal collegio e dal premio. Poi è arrivato sulla scena il M5s ed è cambiato tutto.

Dopo il 2013 nessuna coalizione pre-elettorale ha ottenuto una maggioranza assoluta di seggi alla Camera e al Senato. E così nessun governo è uscito dalle urne. Nemmeno il primo della legislatura. Tutti, compreso l’attuale, sono stati messi insieme dopo il voto, mischiando pezzi delle due coalizioni maggiori o combinando M5s e pezzi di centro-destra o di centro-sinistra. Sono nati così i governi Letta (Pd, Fi e poi Alfano), Renzi (Pd, Alfano, Verdini), Gentiloni (Pd, Alfano, Verdini), Conte 1 (M5s e Lega), Conte 2 (M5s-Pd) e Draghi (tutti meno Fdi). Nessun punto di equilibrio. La ragione principale di questa instabilità è stata la forza del M5s. La sua capacità di impedire al sistema elettorale in vigore nel 2013 e a quello in vigore nel 2018 di trasformare una maggioranza relativa di voti in maggioranza assoluta di seggi. È questo che dopo il 2018 ha consentito al M5s di andare al governo pur presentandosi alle elezioni da solo.

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Questa opzione oggi non esiste più. La media delle intenzioni di voto attribuita al M5s dai sondaggi degli ultimi mesi è intorno al 15 per cento. È altamente improbabile che Conte riesca a fare il miracolo di far tornare il nuovo M5s alle percentuali dei bei tempi della coppia Di Maio-Di Battista e quindi impedire che le urne determinino un vincitore con il sistema elettorale attualmente in vigore. Sarebbe già un miracolo se riuscisse a consolidare gli attuali consensi. Ma cosa può fare con questi voti ? Può correre da solo e far vincere il centro-destra che forse vincerà lo stesso ma con meno seggi. Infatti l’eventuale mancata alleanza Pd-M5s farà vincere la stragrande maggioranza dei collegi uninominali al trio Salvini-Meloni-Berlusconi. Oppure può allearsi con il Pd senza impiccarsi a degli aggettivi come alleanza strategica, organica e così via. È troppo presto per dire se nel 2023 questa sarà una alleanza competitiva, ma è certo che l’alternativa è una sconfitta sicura e con meno seggi. È finito il tempo in cui, come nel 2018, il M5s può vincere oltre l’ 80% dei collegi uninominali del Sud correndo da solo. Ma correndo con il Pd è probabile che possa vincerne una certa quota. Altrimenti è possibile che non ne vinca nessuno.

Sui rapporti Pd-M5s si gioca il riequilibrio del sistema partitico. Sono rapporti complicati. Meno a Roma che nei territori. A livello centrale Letta e Conte sembrano in sintonia. Hanno capito che hanno bisogno l’uno dell’altro se vogliono competere con il centro-destra e puntare a governare dopo Draghi. Non pare che Conte contempli una strategia da ago della bilancia. In ogni caso glielo impedisce l’attuale sistema elettorale. Nei territori invece, non in tutti ma in tanti, il rapporto tra i due partiti sconta anni di feroce ostilità che Conte non può superare in un breve lasso di tempo. Ecco perché in molti casi l’accordo sui sindaci non si è fatto. Ma se Conte riuscirà effettivamente a prendere le redini del nuovo Movimento le attuali difficoltà non dovrebbero compromettere l’obiettivo di una alleanza a livello nazionale con il Pd in vista delle prossime elezioni. E se questo accadrà il terremoto del 2013 verrà riassorbito e tornerà in essere un sistema bipolare. Ci sono pochi dubbi infatti sulla alleanza Salvini-Meloni-Berlusconi. Nonostante il fatto che oggi Fdi sia all’opposizione, nonostante i timori di Salvini che la Meloni possa prendere un voto in più, nonostante le antipatie personali l’alleanza si farà. La si sta facendo a tappeto nei comuni al voto in autunno. E così sarà nel 2013 a livello nazionale. Che poi si tratti di alleanza tra una federazione Lega-Forza Italia e Fdi o di un improbabile partito unico è questione intrigante che può influenzare la guida del governo, ma non la dinamica della competizione e l’equilibro del sistema.

Una minaccia invece a questo possibile ritrovato equilibrio può venire da eventi che oggi sono difficilmente prevedibili. Il primo è il cambiamento del sistema elettorale in senso proporzionale. Il secondo è che il Rosatellum produca un esito elettorale non maggioritario per cui una maggioranza relativa di voti non diventa una maggioranza assoluta di seggi. Questo potrebbe accadere solo se ci fossero dei terzi poli capaci di sottrarre abbastanza seggi alle due coalizioni maggiori. Non è uno scenario impossibile. Siamo in una fase così fluida che non si possono escludere sorprese dietro l’angolo tra oggi e il 2023. Possono cambiare gli attuali partiti, possono nascerne di nuovi, possono modificarsi significativamente i rapporti di forza. E sullo sfondo resta l’incognita Draghi. Cosa farà a Febbraio 2022 o cosa farà dopo le prossime elezioni? E cosa farà l’Europa che ci ha promesso tanti soldi? Troppe domande senza risposta. Ce ne vorrà perché il sistema politico trovi un punto di equilibrio stabile.

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