PMI & PIAZZA AFFARI

Il sogno impossibile di partecipare a una Ipo

di Maximilian Cellino


2' di lettura

Troppo «costoso»: le Ipo non vanno a caccia del piccolo risparmiatore.

L’ultima a collocare sul mercato principale di Borsa Italiana una quota del 10%, destinata alla clientela retail, è stata Pirelli & C. Da allora però sono passati due anni nel corso dei quali le (poche) offerte arrivate sono state destinate esclusivamente agli investitori istituzionali, con qualche eccezione su Aim Italia, il listino delle piccole imprese, ma si tratta dei proverbiali spiccioli, perché inferiori agli 8 milioni di euro.

Eppure fino al 2015 quasi tutte le operazioni di ingresso sul listino strizzavano un occhio alla platea dei «piccoli»: un retaggio del boom dei mercati degli anni 90 e dell’era delle privatizzazioni, probabilmente. Dopo gli episodi di Poste Italiane, Enav (cessioni di quote da parte dello Stato, appunto) e di Pirelli, il fenomeno si è drasticamente ridotto proprio a causa del maggior onere che deriva dal coinvolgimento del pubblico indistinto.

Non si tratta in questo caso di spese legali o dovute a specifiche incombenze regolamentari: «Si è deciso di limitare questo tipo di offerte - spiega Eugenio Anglani, Head of Equity Capital Markets di Intermonte Sim - semplicemente perché la domanda generata dal retail era scarsa o comunque non sufficiente a giustificare i maggiori costi legati alla pubblicità da effettuare per attirare questo tipo di clientela oppure a creare quella macchina organizzativa costituita da banche commerciali e filiali in grado di allargare la platea dei sottoscrittori».

In sostanza, la ricerca della domanda retail non giustificava e forse non giustifica ancora uno sforzo economico più elevato, a maggior ragione perché poi il mercato è fatto dagli istituzionali che nella pratica «fanno» il prezzo e seguono il titolo post quotazione, tranne qualche caso specifico.

«La quota retail viene in genere mantenuta non soltanto quando si tratta di privatizzazioni - aggiunge Anglani - ma anche se la Ipo riguarda un marchio ben conosciuto dal consumatore, come Zanetti e Ovs, oppure se esiste un radicamento con il territorio, per esempio Aeroporti di Bologna».Nessuna preclusione, quindi, soltanto una questione di opportunità: «non escludo che se una società con simili caratteristiche si dovesse riaffacciare sul mercato si torni a una quota destinata ai privati, ma al momento non c’è quest’opportunità».

Al piccolo risparmiatore non resta quindi che prendere la via indiretta dell’acquisto sul secondario o della sottoscrizione di fondi comuni di investimento che puntano a questa asset class. Meno attenzione da dedicare ai prospetti informativi e forse anche minore emotività: probabilmente non è un male.

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