La speranza

Il sogno perduto che può rinascere: sei cicliste afghane in salvo in Italia

In quarantena in una struttura della Difesa, ragazze simbolo dell’emancipazione femminile nello stato asiatico, saranno ospiti nelle strutture del Viminale

di Marco Ludovico

Afghanistan, Lamorgese: "Disponibilità di tutti gli Stati all'accoglienza"

I punti chiave

  • Un vessillo di modernità
  • Le minacce e gli insulti
  • Salvataggio da completare

2' di lettura

Una vicenda carica di simboli, di segni della storia, di speranze sognanti e delusioni atroci. Ma anche di una rinascita potenziale, il riscatto, la voglia di ricominciare. Sono sei ragazze afghane, età media poco più di vent’anni, da alcuni giorni in quarantena con le loro famiglie in una struttura della Difesa del centro Italia. Già indirizzate, se tutto sarà confermato, nel sistema di accoglienza del ministero dell’Interno in una regione del Nord. Per chi le conosce, sono le “cicliste afghane”. Una parte di loro. Il resto è ancora in attesa di lasciare Kabul. Una scommessa giunta da lontano. Sfida tuttora in gioco.

Le certezze, le speranze

A marzo 2021 il gruppo di ragazze cicliste in Afghanistan era ancora un vessillo di modernità, di voglia di emancipazione, di desiderio convinto di rottura di schemi secolari arcaici e misogini. Come scrive Alessandra Schepisi di Radio24 nel bel libro “24 storie di bici” edito da IlSole24Ore al capitolo “Ragazze coraggiose nel mondo”, le cicliste afghane «raccontano di dover pedalare sotto minacce di morte e insulti. Di essere state prese a sassate e di dover schivare automobili che si scagliano volutamente contro di loro». Così «Frozan, Masoma, Mariam, Zahra, Nahid e Zakia pedalano sempre con pantaloni lunghi, camicie larghe e hijab sotto i caschi per evitare - sottolinea Alessandra Schepisi - di attirare ulteriori attenzioni indesiderate».

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L’evacuazione della Difesa, le cicliste ancora in attesa

Le ragazze afghane sportive in bici, si può immaginare quanto siano state immagine simbolica di progresso culturale prima della riconquista del governo da parte dei talebani, erano un riferimento anche in Italia. Fino alla proposta per loro di Nobel per la pace avanzata da 118 firme di parlamentari di Camera e Senato. Quando l’accelerazione della conquista del potere in Afghanistan dei talebani è stata evidente, le cicliste sono entrate nelle liste della Difesa guidata dal ministro Lorenzo Guerini. Le operazioni di evacuazione pianificate e dirette dal generale Luciano Portolano, con l’intervento dei carabinieri del Tuscania, sono riuscite a portare in Italia una parte di loro. Un successo comunque indiscusso. Ma non è finita qui.

Cappellotto, ex campionessa mondiale: «Una gioia a metà»

Alessandra Cappellotto, prima italiana campionessa mondiale di ciclismo su strada nel 1997, per settimane si è battuta giorno e notte per il salvataggio delle cicliste afghane. E non molla. «C’è la gioia per le ragazze messe in salvo. Ma anche l’angoscia per quelle ancora nel pieno dell’odissea. Ci auguriamo che tutte le atlete, tramite i canali attivati a livello internazionale, possano essere tratte in salvo». Spiega l’ex campionessa mondiale di ciclismo: «Le atlete afgane erano in pericolo e chi è rimasta in Afghanistan continua a esserlo. Perché riconoscibili e famose per l’esposizione mediatica avuta a livello nazionale e internazionale con la partecipazione ad attività di promozione del ciclismo a favore delle donne». Vinta la sfida con il primo gruppo, dunque, dobbiamo vincere la partita mettendo in salvo tutte le altre. La strada è stracciata. Come dice Cappellotto «l’arrivo è dopo la riga del traguardo».

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