ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùI 25 anni del Guggenheim

Il sogno di titanio che ha saputo rigenerare bilbao

C’era anche lui, nella notte di gala (cena in abito scuro per 500 persone, candele, sorrisi, lamé), lo scorso 17 ottobre, giorno esatto della ricorrenza, nell’atrio del museo architettonicamente più iconico del mondo: il Guggenheim di Bilbao – esso stesso un’opera d’arte, e triste chi lo mette in dubbio

di Stefano Salis

Avveniristico. L'iconica maestosità del Museo Guggenheim di Bilbao

4' di lettura

C’era anche lui, nella notte di gala (cena in abito scuro per 500 persone, candele, sorrisi, lamé), lo scorso 17 ottobre, giorno esatto della ricorrenza, nell’atrio del museo architettonicamente più iconico del mondo: il Guggenheim di Bilbao – esso stesso un’opera d’arte, e triste chi lo mette in dubbio. Lui è Frank Gehry, 93 anni, forma invidiabile e una carriera stellare da architetto, anzi da costruttore di sogni e qui, come mai da nessun’altra parte, di riscatto e nuovi orizzonti sociali ed economici. Non poteva mancare: una “rimpatriata” significativa per coloro, politici, curatori, direttori, finanziatori vecchi e nuovi, che questo progetto hanno voluto, difeso, protetto, amato.

Un quarto di secolo è un tempo sufficiente per fare dei bilanci e se i numeri dicono qualcosa allora le nozze d’argento tra il Guggenheim e Bilbao (e tutto il País Vasco/Euskadi) non sono che un inizio. Nel 1997 la città basca attraversa da tempo una crisi nera: disoccupazione, industrie siderurgiche e navali ferme, un malessere sociale che i membri dell’Eta traducono in stragi, bombe, morti. Morte. Chi ha letto (e, poi, visto) quel capolavoro che è Patria di Fernando Aramburu ha plastica, dolorosa, rappresentazione di tutto ciò. Il colpo di genio (dovuto alla larga autonomia economica di cui gode la regione) è sparigliare: puntando sulla cultura e sull’arte. Ma sparigliare per davvero: perché la struttura di Gehry, in riva a un fiume maleodorante, in un’area di deposito container, è una astronave di acciaio, vetro e titanio che si impone, prima di tutto, con la sua stessa, incredibile, presenza scenica. Il Guggenheim di Bilbao costituisce, oggi, la stessa “idea platonica” di museo d’arte contemporanea, seguito e imitato in molte città, come lo fu a suo tempo, a New York, il suo altrettanto iconico genitore.

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Il punto è che, probabilmente, un miracolo come questo non è ripetibile: in 25 anni, una città periferica di 350mila abitanti è diventata uno dei punti di riferimento mondiali dell’arte; e i dati ci dicono di 25 milioni di visitatori in questi anni (e con la primavera 2022 che ha fatto segnare il record storico), di ritorni economici ingentissimi – gli oltre 160 milioni di euro equivalenti spesi allora sono stati ripagati ben oltre le aspettative, si calcolano circa 6,5 miliardi di euro di indotto –, 5mila posti di lavoro che, ogni anno, il museo produce: insomma un rosario di gongolamenti che fa la felicità di qualsiasi economista della cultura. Eppure la questione economica è solo una parte della “rigenerazione” urbana e collettiva che le mura – boccioniane e surrealiste, sottilmente equoree – di Gehry hanno provocato. Perché se il museo partì tra polemiche, anche feroci, e contrarietà (e a soli 5 giorni dall’inaugurazione fu sventato un attentato, e ci scappò il morto), la magia che gli è riuscita è altra che il denaro: è il senso di orgoglio, appartenenza, comunità, partecipazione (e quest’anno tutti i cittadini baschi entrano gratis al museo) e dimensione di desiderio che l’arte ha indotto nel popolo basco, a contare più di tutto.

E perciò hanno fatto benissimo, a Bilbao, a festeggiare con una mostra, Sezioni/Intersezioni (fino a gennaio 2023), “liberandosi” dai prestiti occasionali e puntando tutto sulla collezione propria (circa 150 opere), esposizione diffusa su tutti i piani dell’edificio (che diventa, nella sua totalità, il luogo dove ripercorrere la storia artistica del museo) e con opere eccezionali, tra cui pezzi raramente esposti (una fantastica parete di Sol LeWitt), di nuova acquisizione e/o prestito (come la Infinity Room in arrivo da Tokyo della giovanissima Yayoi Kusama).

Il Guggenheim ha rotto con tutta la tradizione dei grandi musei precedenti (palazzi nobili, buio, sale e ancora sale: insomma, sontuosi parallelepipedi chiusi): e basta solo la luce che lo inonda a farlo percepire, mentre lo si cammina, come qualcosa di irrimediabilmente differente, mosso, vivace, imprevedibile, niente spigoli: un posto dove lo stesso concetto del tempo è distorto (e le sculture ipnotiche di Richard Serra lo esemplificano) e la mente vive. Vita. Il nuovo linguaggio architettonico di Gehry ha coinciso con il nuovo linguaggio politico di una società che mostrò la voglia di rilanciarsi e cancellare le proprie brutture e con il nuovo linguaggio che l’arte contemporanea ha il compito di diffondere: non una certificazione del bello, come forse spetta a musei tipo il Louvre, ma la semina della gioia e dell’inquietudine come forza vincente per traghettare artisti e persone, comunità e individui, nell’unica direzione del tempo che ci è dato conoscere, verso il futuro. Questo è stato l’investimento più nitido e duraturo, la lezione immortale che ci lascia questo transatlantico di titanio con riverberi di luci e acque che vola nel mondo dei sogni e della fantasia senza paura e con il coraggio che appartiene ai visionari di ogni età. Un museo non fermo, per definizione e per struttura, che continua a essere una profezia ancor più che una (già bella) certezza.

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