«instabilità radicale»

Il sonnambulismo dell’Europa nell’era della grande incertezza

di George Soros


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4' di lettura

L’Europa sta scivolando nell’oblio come in preda al sonnambulismo, e i suoi cittadini devono svegliarsi prima che sia tardi. Se questo non avverrà, l’Unione europea è destinata a finire come l’Unione sovietica nel 1991. Né i nostri leader né i cittadini sembrano comprendere che stiamo vivendo un momento di grande cambiamento, che abbiamo davanti a noi un ventaglio infinito di possibilità, e che per questo vi è grande incertezza sul risultato finale.

La maggior parte di noi pensa che il futuro sarà più o meno simile al presente, ma questo non è necessariamente vero. In una vita lunga e movimentata come la mia, ho vissuto in prima persona molti momenti di quella che io chiamo «instabilità radicale». Ebbene, oggi stiamo attraversando uno di questi momenti.

Il prossimo punto di svolta saranno le elezioni del Parlamento europeo di maggio. Purtroppo, le forze anti-europee saranno avvantaggiate da una serie di fattori, tra cui il sistema partitico superato che vige in gran parte dei Paesi europei; l’impossibilità pratica di modificare i trattati; e la mancanza di strumenti legali per disciplinare gli Stati membri che violano i princìpi fondanti dell’Unione europea. La Ue può imporre l’acquis comunitario (il suo corpus giuridico) ai Paesi candidati, ma non ha la capacità di garantirne l’osservanza da parte degli Stati membri.

L’antiquato sistema dei partiti ostacola coloro che vogliono preservare i valori su cui poggia la Ue, mentre aiuta chi vuole sostituire tali valori con qualcosa di profondamente diverso. Questo vale per i singoli Paesi e ancora di più per le alleanze transeuropee. Il sistema partitico dei vari Stati riflette le divisioni che hanno avuto rilevanza nel diciannovesimo e ventesimo secolo, come il conflitto tra capitale e lavoro. Ma oggi la spaccatura che più conta è quella tra le forze favorevoli e contrarie all’Europa.

Il Paese dominante nell Ue è la Germania, e l’asse politico dominante in Germania – quello tra la Cdu e la Csu in Baviera – è diventato instabile. L’alleanza ha funzionato finché non c’era alcun partito degno di nota a destra della Csu in Baviera, ma le cose sono cambiate con l’ascesa degli estremisti dell’AfD. Alle elezioni federali di settembre, la Csu ha incassato il peggior risultato da oltre 60 anni, mentre l’AfD ha fatto il suo ingresso nel Parlamento bavarese.

L’ascesa dell’AfD ha vanificato la ragion d’essere dell’alleanza Cdu-Csu, che però non può infrangersi senza innescare nuove elezioni che né la Germania né l’Europa possono permettersi. Allo stato attuale, la coalizione di governo non può essere così filoeuropea come invece sarebbe senza la minaccia da destra dell’AfD.

La situazione è lungi dall’essere disperata. I Verdi tedeschi si sono confermati come l’unico partito realmente europeista del Paese, e continuano a guadagnare consensi nei sondaggi, mentre l’AfD sembra aver raggiunto il suo apice (tranne nell’ex Germania orientale). Ora, però, gli elettori di Cdu e Csu sono rappresentati da partiti il cui impegno verso i valori europei è ambivalente.

Anche nel Regno Unito una struttura partitica obsoleta impedisce alla volontà popolare di trovare la giusta espressione. Tanto i laburisti quanto i conservatori sono divisi al loro interno, ma i due leader, Jeremy Corbyn e Theresa May, sono così determinati a portare a compimento la Brexit da collaborare pur di riuscirvi. La situazione si è complicata a tal punto che la maggior parte dei britannici vuole solo farla finita, anche se ciò segnerà il destino del Paese per decenni.

Ma la collusione tra Corbyn e May ha suscitato una certa opposizione all’interno dei rispettivi partiti che, nel caso dei laburisti, rasenta la ribellione. Il giorno dopo l’incontro tra Corbyn e May, quest’ultima ha annunciato un programma per aiutare i distretti laburisti più poveri nel nord dell’Inghilterra, favorevoli alla Brexit. Corbyn è ora accusato di essere venuto meno all’impegno manifestato alla conferenza del partito laburista del settembre 2018 di appoggiare un secondo referendum sulla Brexit se non sarà possibile andare alle urne. D’altro canto, la gente sta cominciando a rendersi conto delle conseguenze nefaste dell’uscita dalla Ue.

L’Italia si trova in una situazione analoga. Nel 2017, la Ue ha commesso l’errore fatale di applicare rigorosamente l’Accordo di Dublino, che ingiustamente grava sui Paesi di primo approdo per i migranti, come l’Italia. La situazione venutasi a creare ha spinto nel 2018 l’elettorato italiano verso il partito anti-europeo della Lega e il Movimento 5 Stelle. Il Partito democratico è allo sbando e, pertanto, quella fetta non esigua di elettori che continuano a essere filoeuropei non ha più un partito da votare. È, tuttavia, in corso un tentativo di organizzare una lista europeista congiunta, e un simile riordino del sistema partitico sta avvenendo anche in Francia, Polonia, Svezia e forse altrove.

Nel caso delle alleanze transeuropee, la situazione è ancora più grave. Se i partiti nazionali affondano le radici in un qualche passato, le alleanze transeuropee si basano interamente sugli interessi personali dei leader politici. Il Partito popolare europeo (Ppe) è il primo colpevole. Esso è quasi del tutto privo di princìpi, come dimostra la sua volontà di consentire a Fidesz, il partito populista di destra presieduto dal primo ministro ungherese Viktor Orbán, di continuare a far parte della coalizione al fine di conservare la maggioranza e controllare l’assegnazione di incarichi di prestigio nell’Ue. Le forze anti-europee rischiano di fare bella figura in confronto poiché se non altro hanno dei princìpi, per quanto odiosi.

È difficile immaginare come i partiti filoeuropei possano uscire vittoriosi dalle elezioni di maggio se non anteporranno gli interessi dell’Europa ai propri. Si può comunque sostenere l’opportunità di preservare la Ue per poi reinventarla del tutto. Ma questo richiederebbe un cambio di atteggiamento nell’Unione stessa. La leadership attuale ricorda il politburo all’epoca del crollo dell’Unione sovietica, che continuava a emettere ukase, decreti, come se nulla fosse.

Il primo passo per difendere l’Europa dai suoi nemici, sia interni che esterni, è riconoscere l’entità della minaccia che rappresentano. Il secondo consiste nel risvegliare la dormiente maggioranza filoeuropea e mobilitarla in difesa dei valori fondanti della Ue. Se non avverrà, il sogno di un’Europa unita potrebbe trasformarsi nell’incubo del ventunesimo secolo.

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