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Il sorpasso della Francia (che non c'è). Perché l'Italia rimane la seconda manifattura europea

di Paolo Bricco

L'inarrestabile frenata del pil

2' di lettura

L'Italia rimane la seconda manifattura europea. Anche se, certamente, ha fatto impressione – e destato discussioni – sui social media la statistica estratta dalle banche dati dell'Eurostat e diffusa dal profilo social “Italia dati alla mano” su un “supposto” sorpasso della Francia sul nostro Paese (vedi tabella sotto). In realtà non è così. Ma andiamo con ordine. I dati citati da “Italia dati alla mano” sono il valore della produzione e i ricavi. In entrambi i casi, nel 2017 la Francia ha superato l'Italia. Questi dati sono estratti dalle Structural Business Statistics.

«Questi dati hanno due caratteristiche – nota l'economista Sergio De Nardis – sono dati parziali perché riguardano solo le imprese e sono stimati su microcampionamenti. Inoltre, dal punto di vista del metodo questi dati vengono costruiti dagli istituti nazionali di statistica e poi resi più o meno omogenei e confrontabili dall'Eurostat. Invece, vanno usati i dati di contabilità nazionale per verificare le tendenze generali e per fare paragoni fra diversi sistemi manifatturieri. Senza considerare che il valore della produzione contiene, oltre al valore aggiunto che è il vero indicatore da guardare per cogliere la natura manifatturiera di un Paese, i consumi intermedi e che i ricavi contengono, oltre al valore aggiunto e ai consumi intermedi, anche le scorte».

La tabella estratta dalle banche dati dell'Eurostat che è girata molto sui social

Per tutte queste ragioni metodologiche, gli economisti preferiscono utilizzare i dati di contabilità nazionale, che vengono ritenuti statisticamente meno “sporchi” e dunque sono giudicati più attendibili. Chiarisce De Nardis: «I dati di contabilità nazionale contemplano anche l'economia sommersa e, in generale, sono sottoposti a procedure di ripulitura statistica considerate più efficaci». Peraltro, nel contesto appunto dei dati di contabilità nazionale, l'indicatore da considerare è il valore aggiunto. Ed è interessante osservare anche gli altri indicatori parziali: l'output e i consumi intermedi. In tutti e tre questi casi, sempre secondo Eurostat, in realtà la dinamica industriale strutturale indica un ampliamento della forbice fra Italia e Francia, rispetto al 2013, quando questa forbice si era ridotta.

Prendiamo il valore aggiunto del 2013, l'anno in cui ha più pesato sul nostro sistema industriale la violenta corrosione prodotta nelle sue basi manifatturiere dalla Grande Crisi iniziata nel 2008. Il punto di maggior avvicinamento della Francia all'Italia. In quell'anno il valore aggiunto italiano è stato di 222 miliardi di euro, soltanto 3 miliardi di euro in più rispetto al valore aggiunto francese. Nel 2017, secondo l'Eurostat, il valore aggiunto italiano è diventato di 257 miliardi di euro, contro i 232 miliardi di euro della Francia.

Questo ampliamento non stupisce chi conosce i limiti del sistema industriale francese che non ha negli ultimi anni sperimentato una autentica rinascita animata dagli animal spirits degli imprenditori e che, anzi, rimane nella sua struttura manifatturiera diffusa – con l'eccezione dei grandi aggregati industriali, a capitale semipubblico o privato – meno efficiente e solida di quella italiana.

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