l’analisi

Il Sud a Cinque Stelle figlio del declino della spesa pubblica

di Paolo Bricco


default onloading pic
Foto Afp

3' di lettura

Il Sud dei Cinque Stelle come l'Ohio di Trump. Soltanto che, al posto delle acciaierie dismesse della Rust Belt, nel nostro Mezzogiorno ci sono le fabbriche del disagio sociale, della povertà economica e della disperazione individuale che, con l'inizio della Grande Crisi del 2008, hanno aumentato esponenzialmente la loro produttività. Il significativo successo dei Cinque Stelle assume proporzioni ancora più radicali soprattutto in alcune parti del Paese. L'analogia con il trumpismo della prima ora ha più di un punto di contatto e si nutre di alcune differenze.

Il primo punto di contatto è la fine dell'età del benessere. Vero o finto che questo benessere fosse, non importa. Nel Midwest il benessere era la manifattura e l'industria pesante. Nel nostro Mezzogiorno è stato l'assistenzialismo e la spesa pubblica. Al Sud i fondi europei sono finiti o, per lo meno, non garantiscono più nulla. E sono finiti – o non garantiscono più nulla - in un passaggio storico in cui è sufficiente leggere i rapporti della Svimez per riuscire a cogliere l'entità del problema che oggi si è fatto dramma e di un dramma che potrebbe domani evolvere in tragedia. Il peso dei Paesi dell'Europa dell'Est è troppo forte per essere contrastato dal nostro Sud.

La concorrenza con i Paesi dell'Europa dell'Est non è soltanto sugli indicatori economici, con le aree depresse degli ultimi arrivati nell'Unione europea più “competitivi” nella gara dell'attrazione delle risorse comunitarie, ma anche sulla capacità delle classi dirigenti locali di intercettarli. E il Mezzogiorno italiano, in questo, ha perso. Durante la Prima Repubblica, la Cassa per il Mezzogiorno è servita per riequilibrare parzialmente la forbice fra Nord e Sud. Allora, gli investimenti privati sostenuti dalla mano pubblica hanno provato ad attivare processi di industrializzazione autonoma. La Cassa del Mezzogiorno ha perso il suo senso negli anni Ottanta, quando l'economia pubblica di matrice Iri si è trasformata in una galassia di aziende inefficienti e fuori mercato e quando il meridionalismo è diventato scienza della clientela.

Gli investimenti privati, finanziati con il denaro dei contribuenti e non con il rischio di impresa, hanno lasciato le cattedrali nel deserto. Nella Seconda Repubblica – soprattutto quella segnata dal calo effettivo degli investimenti statali e dal tentativo teorico di contenimento del debito pubblico – il gioco del denaro è stato diverso. E ha avuto, appunto, come principale perimetro i fondi comunitari. I ceti dirigenti locali dei partiti tradizionali – la cui antropologia e le cui reti sono antichissime, affondano nella Prima Repubblica, si sviluppano nella Seconda e arrivano fino a noi senza discontinuità cambiando soltanto il nome del partito di appartenenza - non hanno saputo “modernizzare”, perfezionare e oliare i meccanismi del denaro pubblico che, negli ultimi settanta anni, ha rappresentato uno straordinario collante sociale e un enorme metodo di consenso.

I programmi economici dei Cinque Stelle – prima di tutto il chiodo fisso del reddito di cittadinanza – hanno avuto senz'altro il loro ruolo. Ma è soprattutto il contesto ad avere determinato il corso delle cose. La rivolta contro le élite, che rappresenta un filo rosso dell'ondata populista del mondo occidentale, ha assunto nel nostro Mezzogiorno il profilo del voto negato al politico nazionale con radicamento locale e sul volto dell'amministratore pubblico di lungo corso diviso fra Roma e il proprio territorio. Con la Grande Crisi, che ha portato i tassi di disoccupazione a livelli mai visti e che ha reso evidenti le fragilità strutturali di un sistema ormai fuori dal tempo, sono stati loro a essere vissuti come i primi responsabili di un mutamento storico che è appena iniziato e che non sapremo come finirà.

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...