il reportage

Il Sulcis nel vicolo cieco dell’assistenza

di Mariano Maugeri

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Miniere del Sulcis (Marka)


4' di lettura

Sono esistenze in deroga, quelle del Sulcis Inglesiente. Come la Cassa integrazione, la mobilità, persino la carità, con i volontari di un’associazione benemerita - le Cinque parole - fondata da fratel Vincenzo Re, un sacerdote piemontese missionario in Argentina, che ammassano vestitini e pannolini in un umido sottoscala di periferia, dove ogni venerdì vengono in pellegrinaggio molte delle 4.500 famiglie povere assistite.

Quella del Sulcis è un’economia di guerra, difficile trovare altre parole per descrivere un luogo dove una dopo l’altra si sono liquefatte le attività produttive legate alla produzione di alluminio che un tempo gonfiavano oltre 10mila buste paga. Pure l’Alcoa, il colosso dell’alluminio americano, è in deroga, in attesa che l’ennesimo gruppo internazionale (questa volta svizzero) pescato da Invitalia faccia l’ennesima due diligence e l’ennesima offerta.

Ma anche i bambini di Carbonia sanno che smettere di alimentare lo smelter, il cuore di una fonderia (una scelta che risale al 2012), equivale a un de profundis. Sulle reali volontà del gruppo quotato a Wall Street di lasciare Portovesme, vale per tutte una battuta riferita dal vescovo di Iglesias Giovanni Paolo Zedda, che chiedeva a un rappresentante del colosso americano di temporeggiare in virtù dei tanti anni di profitti accumulati: «Per noi esistono solo i tempi delle vacche grasse» gli rispose il dirigente yankee. Per gli iglesienti esistono invece solo i tempi delle vacche magre. È il segno di questa crisi perpetua sta negli indici dell’Unione europea sulla disoccupazione giovanile, la fuga verso l’estero, l’invecchiamento della popolazione, la bassissima densità di abitanti.«Carbonia è una città di vecchi» spiega da Londra Melinda La Mantia, laurea in Architettura, Erasmus in Galles e master and back (finanziato dalla Regione Sardegna con un progetto di Renato Soru) a Barcellona. In realtà quello di Melinda, come per tantissimi suoi coetanei, è stato un master senza ritorno: «Sono stata assunta da Garden art, un’azienda inglese che progetta piscine naturali. La differenza con l’Italia? Qui il lavoro è sempre retribuito e soprattutto si fidano dei giovani». Fidarsi, ecco la parola chiave.

Il Sulcis è avvolto dalle trame e da una diffidenza atavica. Nessuno si fida di nessuno, e questo non facilita l’applicazione del famoso piano Sulcis, quasi 700 milioni di interventi varati nel 2012 dal governo di Mario Monti, 125 dei quali destinati a un azzeramento fiscale quadriennale per tutte le imprese sulcitane. Elio Cancedda e Paolo Bullegas, due assicuratori che guidano il movimento delle partite Iva, che di queste misure hanno usufruito, esprimono il loro dissenso: «Meglio destinare questi fondi alla fertilizzazione imprenditoriale». Tore Cherchi, ex senatore del Pci, ex sindaco di Carbonia e dal 2014 coordinatore del piano Sulcis, dovrebbe essere l’uomo della provvidenza. Ma è il primo ad ammettere che «Il Piano è strutturalmente insufficiente perché è complementare al settore industriale». Poi aggiunge: «Le misure per la creazione di nuove imprese ci sono, eccome: abbiamo appena chiuso i bandi di gara per la nascita di 110 nuove imprese nel turismo e nell’agroindustria: ogni startup avrà una dotazione di 800mila euro di finanziamento. Quanto alle esenzioni fiscali, ricordo che molte aziende sono in vita grazie a queste misure».

Cherchi è un politico battagliero, ma sa che quattro anni di attesa in un territorio in via di desertificazione industriale rischiano di innescare una protesta di massa. Lui rassicura: «I 630milioni sono tutti impegnati». La ribellione sta in un dato: i neosindaci di Assemini, Porto Torres e Carbonia, gli epicentri dell’industria isolana in crisi conclamata, appartengono ai Cinque stelle.

L’insoddisfazione monta e le poche teste pensanti criticano il consociativismo tra partiti e pezzi di sindacato. Il Sulcis vanta i calibri da 90 della politica sarda: da Giorgio Oppi ad Antonello Cabras, potentissimo presidente della Fondazione di Sardegna. Tra i leader della politica iglesiente c’è anche Mauro Pili, ex enfant prodige del Cavaliere ed ex governatore. Dice Roberto Frongia, avvocato iglesiente ed ex consigliere regionale dell’area dei riformatori (Mariotto Segni): «Possibile che cotanti personaggi non siano riusciti a contrastare una crisi in un territorio di nemmeno 130mila persone?».

Al fallimento dell’area di Portovesme («una strage di imprese alla quale è sopravvissuta solo la Portovesme srl, 1800 operai che estraggono piombo e zinco» dice Fabio Enne, l’ultimo dei mohicani della Cisl sulcitana), si somma il naufragio di una politica energetica che abbassasse i costi fuori mercato di imprese energivore e la mancata valorizzazione delle miniere (tutti i bandi di gara per l’assegnazione di immobili minerari che si affacciano su uno dei tratti di costa più selvaggi della Sardegna sono andati deserti). Il resto l’ha fatto l’implosione di Igea, con un’inchiesta della Procura sul costosissimo carrozzone regionale. Con alcuni esponenti dei vertici, accusano i magistrati, che invece di concentrarsi sulle bonifiche, precondizione per lo sviluppo turistico, pensavano a truccare appalti, vendere sottobanco carburante, oliare la macchina del consenso, assumere amici degli amici.

Dice Cherchi: «Forse andrebbero spostate altrove le volumetrie degli immobili minerari». Un’idea, se si considera che al Sulcis, secondo una rilevazione del Crenos, il centro di ricerche creato dal governatore Francesco Pigliaru ai tempi in cui era economista dell’Università di Cagliari, mancano 50/60 strutture alberghiere rispetto alla media della Sardegna. Industrie no e turismo nemmeno. Di che cosa dovrebbe vivere il Sulcis?

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