Corsi e ricorsi

Il Supersalone ripercorre il cammino della Campionaria

Nel 1946, la prima esposizione milanese e la stagione
della Scala in Fiera furono la vetrina del made in Italy ancora in macerie

di Fulvio Irace

inaugurazione della Fiera campionaria del 1946, la prima dopo la fine della guerra

3' di lettura

È il 12 settembre 1946: in una Milano ancora sofferente per i pesanti bombardamenti della seconda guerra mondiale riaprivano i cancelli della Fiera, con ancora il 70% dei padiglioni completamente distrutti.

Dal 12 aprile 1920 (quando era stata inaugurata con il nome di Campionaria) fino al 1943 la sua attività non si era mai fermata: anzi si era ingrandita, trasferendosi dalle provvisorie baracche sui Bastioni di Porta Venezia nell’area dell’ex piazza d’Armi, dove, attorno a piazza Giulio Cesare, si era distesa nella forma di una vera e propria città dei traffici e degli scambi, che Carlo Emilio Gadda appropriatamente definì una “cosmopoli”.

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Era il segnale che la città si alzava dalle sue rovine rimettendo in moto le macchine dell’industria e del commercio. Lo stesso segnale, anticipato di qualche mese, dal teatro La Scala, sul cui palco – come tutti ricorderanno- Arturo Toscanini aprì la stagione l’11 maggio con un concerto mitico che voleva trasmettere al mondo che Milano non si fermava: anzi alzava la testa , facendo appello a due punti forti, la cultura e l’industriosità. Un matrimonio sancito dalla condivisa decisione di svolgere al Palazzo dello Sport, primo padiglione ricostruito, l’anno operistico scaligero per ovviare all’inagibilità del teatro milanese. La necessità si trasformò in virtù e, con l’avvallo del maestro Toscanini, nacque provvisoriamente, «il più grande teatro del mondo», all’insegna del Mefistofele di Arrigo Boito, diretto dal maestro Franco Ghione.

Paragonare la pandemia alla guerra è forse un’iperbole che non tutti condivideranno : eppure, cambiati i tempi e le sensibilità degli italiani, non si può negare che questo 2021 lo sentiamo un po’ come l’occasione di una rinascita, la riscossa dopo le immagini devastanti del silenzio del lockdown, la gioia e la rabbia della ripresa dopo un anno di blocco delle attività di ogni genere, produttive e culturali. Con questo spirito si attende l’apertura del Salone del Mobile come un tempo si attendeva la primavera per una visita d’obbligo alla Fiera: entrambe infatti sono molto di più di una vetrina dei prodotti; sono intrattenimento, manifestazioni di socialità, condivisione di culture e geografie diverse e lontane che riversano nelle strade di Milano migliaia di visitatori che identificano il Salone con la città e la città con l’Italia che si rinnova.

È una scommessa non priva di rischi, ma necessaria non solo per occupare un vuoto che cominciava a diventare lancinante, ma soprattutto per comunicare al mondo la vitalità di una piccola metropoli che ha una enorme reputazione da difendere.

La Fiera e La Scala rappresentarono nel dopoguerra il connubio vincente tra arte e industria, il cui risultato più clamoroso e duraturo fu la nascita dell’industrial design: l’arte di ogni giorno a disposizione di tutti, per rinnovare le abitudine domestiche e del lavoro, grazie all’alleanza tra artisti, architetti e produttori. Fu il preavviso del miracolo economico, cui la rivoluzione dei consumi favoriti da nuovi prodotti a portata di tutti, diede ossigeno non solo materiale.

Da allora molte cose sono cambiate a partire dal fatto che il design è diventato ubiquo ed estensivo: non più fabbrica solo di mobili, di arredi, di macchine ed utensili di ogni forma e dimensione, ma fucina di comportamenti, di idee, di nuove forme di artigianato intelligente, di proposte per migliorare la qualità delle città.

La Fiera ha 101 anni di vita, Il Salone del mobile 61: nate come manifestazioni del ventesimo secolo, non hanno perso vitalità nel ventunesimo: in particolare il Salone ( e ancor di più il FuoriSalone), con la ricchezza di eventi e manifestazioni che nello scorso decennio hanno reso quest’appuntamento come un must sulla scena globale, si è rivelato un atout di cui tutta la comunità creativa si è valsa per stabilire un primato cui non si può rinunciare.

Ma non solo per ragioni economiche (pure rilevanti per il Pil nazionale) perché, come scriveva Gadda a proposito della Campionaria , «il cantiere delle idee tecniche è assai più vasto e laborioso e intricato di quanto non pensi il romanziere facilone. L’invenzione è un lento portato, un costoso elaborato del mestiere (nel senso alto della parola)».

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