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Il target dei nuovi Pir è più economia reale

di Gaia Giorgio Fedi


3' di lettura

L’Italia sta spingendo sugli strumenti finanziari in grado di dirottare il risparmio sulla crescita dell’economia reale. Prima con i Pir, introdotti con la Legge di bilancio 2017, contenitori fiscali in grado di garantire l’esenzione dalla tassazione se mantenuti per almeno 5 anni e in presenza del rispetto di alcuni vincoli (tra cui l’investimento di almeno il 70% del patrimonio in aziende italiane o europee con stabile organizzazione in Italia, di cui un 30% in aziende non quotate su FtseMib e indici analoghi). E adesso con i nuovi Pir, che mirano a sostenere di più le piccole e medie imprese e le start-up: oltre ai vincoli già indicati, si introduce anche l’obbligo di investire il 3,5% sull’Aim e un ulteriore 3,5% su fondi di venture capital. Per il momento l’introduzione di nuove regole ha creato un’impasse sul mercato dei Pir, ma a giorni sono attesi i decreti attuativi che dovrebbero chiarire il quadro e far ripartire il settore.

«I Pir hanno avuto il merito di portare capitali con orizzonte di lungo periodo in un segmento troppo trascurato dal mercato, quello delle mid-small cap italiane. Purtroppo però l’applicazione pratica e diverse incertezze regolamentari e normative ne hanno rallentato l’efficacia», commenta Guglielmo Manetti,Ad di Intermonte Sim. L’onorevole leghista Giulio Centemero, relatore dell’emendamento sui nuovi Pir, in effetti ha ammesso in una recente intervista al Sole 24 Ore che i vecchi Pir hanno generato soprattutto trading sul mercato secondario e non hanno smosso grandi investimenti sulle small cap. Le nuove regole puntano quindi a sostenere maggiormente le società più piccole, spingendo gli investimenti sul primario che porteranno direttamente denaro nelle casse delle aziende, utile per investimenti e assunzioni. E a promuovere il venture capital, che in Italia è un mercato ancora poco sviluppato rispetto ad altri Paesi.

In attesa di conoscere i dettagli sui nuovi Pir, va detto che questo strumento non si adatta molto alla clientela private, dati i limiti di investimento (massimo 30mila euro all’anno e 150mila in 5 anni). «Una soglia che rende questa forma di risparmio poco interessante per i grandi patrimoni», chiosa Manetti. «Nell’ottica di attrarre parte degli oltre 800 miliardi in gestione al private banking italiano (secondo Aipb) a supporto dell’economia reale, valuteremmo molto positivamente uno sviluppo dei nuovi fondi Eltif, strumenti europei pensati proprio per aumentare le possibilità di investimento a lungo termine nell’economia reale», argomenta Manetti.

Gli Eltif, acronimo di European long term investments funds, sono fondi chiusi che possono investire in strumenti finanziari quotati e non quotati e quindi indirizzare gli investimenti anche verso strumenti poco liquidi o illiquidi con un orizzonte temporale di almeno 7 anni. Nei giorni scorsi è stato annunciato il lancio del primo Eltif italiano targato Eurizon. «Gli Eltif, che possono investire anche in società quotate con una capitalizzazione inferiore a 500 milioni di euro, ossia le vere Pmi (mentre la normativa sui Pir adotta la definizione di Pmi comunitaria, ndr), sono un’importante opportunità per dare nuova vitalità proprio al segmento delle mid & small cap quotate italiane - commenta Manetti -. Sarebbe augurabile, inoltre, valutare a livello governativo anche eventuali incentivi fiscali per supportare ulteriormente lo sviluppo di questi nuovi strumenti e renderli così finalmente attraenti anche al mondo del private banking». In effetti a livello governativo si sta pensando a un progetto di legge che possa disciplinare in modo compiuto gli Eltif nel rispetto della direttiva comunitaria.

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