Tar Lazio

Il tatuaggio visibile non è motivo automatico di esclusione dal concorso pubblico

Il caso di un candidato all’accesso nella polizia penitenziaria. La commissione esaminatrice deve sempre fare una valutazione di idoneità

di Davide Madeddu

(Nejron Photo - stock.adobe.com)

I punti chiave

3' di lettura

Il solo tatuaggio non può essere considerato elemento per l'esclusione di un candidato dal concorso. È, in sintesi, uno dei motivi per cui il Tar del Lazio ha accolto, con la sentenza numero 02063/2022, il ricorso di un candidato per l'accesso al Corpo di polizia penitenziaria.

Il caso

La vicenda nasce quando nell'ambito del concorso per titoli ed esami a 375 posti di allievo agente maschile del ruolo degli agenti e assistenti del Corpo di polizia penitenziaria, bandito il 29 novembre 2011, la commissione medica giudicatrice esprime parere di non idoneità. Il candidato, quindi, presenta ricorso al Tar contro il giudizio collegiale «espresso in termini di non idoneità per tatuaggio esimente per sede». Per la difesa, che parla di violazione dell'articolo 123 dell'ordinamento del personale del Corpo di polizia penitenziaria, non sarebbe «stato esaminato in concreto il tatuaggio, alla luce delle certificazioni mediche attestanti la rimozione in corso, e della mancata valutazione in ordine alla configurabilità di un indice di personalità abnorme». Resiste il ministero della Giustizia che deposita la propria documentazione. In sede cautelare, nel 2018, il Tar accoglie l'istanza del ricorrente «rilevato che il tatuaggio in parola ... è in corso di rimozione chirurgica, come già emergente dallo stesso verbale della Commissione, alla luce delle foto depositate dall'interessato, non risulta ictu oculi rientrante tra le cause di esclusione previste dalla norma richiamata dall'Amministrazione, attesa la sua insuscettibilità a risultare visibile con l'uniforme estiva», ammettendola, con riserva, alla prosecuzione del concorso.

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La sentenza

L'11 febbraio 2022 la decisione. Per i giudici del Tar le censure sono fondate. «Dall'esame della normativa citata - scrivono i giudici che ricordano proprio l'articolo 123 - si evince che non è sufficiente la mera visibilità di un tatuaggio per giustificare l'esclusione di un candidato dal concorso, indipendentemente dal fatto che il tatuaggio risulti deturpante dell'immagine del militare o possa risultare indicativo di personalità abnorme». Non solo: i magistrati proseguono chiarendo che «sebbene, quindi, la presenza di un tatuaggio su una parte del corpo non coperta dall'uniforme sia rilevante al fine della valutazione di idoneità, si deve escludere l'automatismo tra la visibilità del tatuaggio e l'esclusione dal concorso per l'accesso al Corpo di polizia penitenziaria, essendo necessario che la Commissione di concorso, esercitando la propria discrezionalità tecnica, valuti se il tatuaggio, oltre che visibile, costituisca causa di non idoneità in quanto deturpante o contrario al decoro per le istituzioni ovvero in quanto indicatore di personalità abnorme».

Quanto al caso specifico viene poi sottolineato che «la Commissione esaminatrice come si evince dalla relazione ministeriale del 13 dicembre 2017 depositata in atti, non ha valutato tutti gli elementi costitutivi della inidoneità e neppure ha considerato che il tatuaggio non fosse né deturpante o contrario al decoro per le istituzioni, essendo, peraltro, in avanzato stato di rimozione chirurgica». Risultato: «Il provvedimento di esclusione impugnato, dunque, risulta viziato per violazione dell'art. 123 nonché per difetto di motivazione». Quindi «il ricorso deve essere accolto, con l'annullamento del provvedimento di esclusione impugnato, con conseguente consolidamento degli effetti dei provvedimenti adottati per la definizione della procedura concorsuale, atteso il positivo superamento da parte del ricorrente della procedura concorsuale con l’immissione nel ruolo degli agenti e assistenti a far data dal 13 febbraio 2019». Ricorso accolto, giudizio di inidoneità annullato e spese compensate.


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