in scena

Il teatro (ma anche la vita) secondo Massimo Popolizio

L’attore, allievo prediletto di Luca Ronconi, che fino all’emergenza Coronavirus era impegnato in una tournée trionfale con “Un nemico del popolo”, si racconta a “IL” e dice: «Il palco ti insegna a stare al mondo: gli attori hanno successo solo se vivono il palcoscenico come una comunità»

di Michele Weiss

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Una scena di “Un nemico del popolo” (credit: Giuseppe Distefano)

L’attore, allievo prediletto di Luca Ronconi, che fino all’emergenza Coronavirus era impegnato in una tournée trionfale con “Un nemico del popolo”, si racconta a “IL” e dice: «Il palco ti insegna a stare al mondo: gli attori hanno successo solo se vivono il palcoscenico come una comunità»


6' di lettura

Milano, metà febbraio, sembra una vita fa. Entriamo insieme nel camerino dello Strehler di Milano (l'antico tempio del suo maestro Luca Ronconi) e Massimo Popolizio si leva lentamente sciarpa e giaccone. Indossa un cashmere grigio a V, camicia bianca, pantaloni di velluto blu a coste larghe; con la barba curata del suo personaggio (il Dottor Stockmann) e gli occhi arrossati, ha un'aria signorile, novecentesca, da intellettuale. Sembra piacevolmente fuori dal tempo, non la star impegnata nella tournée trionfale di Un nemico del popolo (da lui anche diretto), poi interrotta a causa dell'emergenza Coronavirus.

«Sono stanchissimo», si scusa, «ho appena fatto due ore di lezione alla scuola del Piccolo Teatro e tra poco si va in scena. Ma per me, che non ho avuto figli, stare con i giovani è importantissimo». Gli portano il costume di scena, che appoggia delicatamente sopra una sedia; gesto sacro, ripetuto chissà quante volte. È alle soglie dei sessanta, ha cominciato con il teatro quando ne aveva venti. Agli esordi si barcamenava facendo il piazzista, fino all'incontro con Ronconi, che lo ha preso sotto l'ala facendolo diventare il suo attore prediletto, il prescelto. Con e per lui ha recitato in più di 30 spettacoli, alcuni così massacranti da farlo quasi svenire in scena. Dopo la morte del maestro, cinque anni fa, Popolizio ha imboccato anche la strada della regia, in punta di piedi, con immediato successo; anche se, quando glielo si fa notare, lui minimizza imbarazzato.

Lei si schermisce anche oggi, che è all'apice della carriera; e non fa nulla per nascondere la sua timidezza. Ha sempre parlato candidamente della paura di andare in scena, come un attore alle prime armi. Chi è, veramente, Massimo Popolizio?
Solo uno che fa il mestiere del teatro. Mestiere bellissimo, ma che ti succhia l'anima. Ogni alzata di sipario è una lotta con se stessi, anche se, invecchiando, si gestisce meglio la paura del pubblico. In quest'Italia che fatica ad ascoltare, a leggere e a guardare, poi, è ancora più dura: un Paese limitato e provinciale in cui si pone attenzione solo a determinate cose. Fare cultura è una lotta pazzesca che mette a dura prova l'idealista che è in noi. Se vuoi sopravvivere, devi abbassare l'asticella.

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Però se l'abbassi troppo rischi di trovarti nel mezzo di una “fortezza vuota”, buona solo a richiamare pubblico e fare soldi.
La questione è complessa. La verità è che in Italia c'è troppo teatro, siamo inondati di titoli e le cose belle rischiano di affogare. Oggi gran parte del lavoro dell'attore è uguale a quello del venditore di tappeti… Eppure il buon teatro serve ancora, nel suo piccolo, a migliorare la vita delle persone. Però, ripeto, dovendo confrontarti con un Paese messo malissimo.

Un nemico del popolo, tratto da Ibsen e prodotto dal Teatro di Roma, ha vinto il premio Ubu come spettacolo dell'anno. Ha fatto molto parlare di sé, anche per il tema ecologista ante litteram che fa da sfondo alla vicenda, paragonato alla questione dell'Ilva di Taranto.
A Ibsen, più del tema ecologista, interessava smascherare l'ingestibile complessità della società moderna. Il dottor Thomas Stockmann, l'idealista che si batte per chiudere le terme cittadine perché le acque sono inquinate, entra in conflitto con il sindaco, il fratello Peter, che per tutelare l'economia della comunità insabbia l'allarme. La questione è complicata, perché l'idealismo ha un prezzo e ogni punto di vista ha le sue ragioni. In realtà, Stockmann non sa farsi capire dal popolo, è un piacione, appare come un personaggio fragile. Lo spettacolo mostra come tutti i caratteri racchiudano sfumature diverse e nascondano qualcosa. Nessuno è innocente, e questo, per quanto sgradevole, tocca tutti.

Quello che più colpisce, comunque, è l'invettiva del dottor Stockmann contro la “dittatura della maggioranza”: sembra quasi anticipare di più di un secolo le critiche al trionfo del populismo che osserviamo in questi tempi.
Le parole di Stockmann sono provocatoriamente rivolte ai meccanismi della democrazia: se, per assurdo, la maggioranza fosse rappresentata solo da imbecilli, saremmo tutti d'accordo sulla necessità di ribellarci alle sue decisioni. Forse questo spettacolo ha intercettato l'abuso del termine “popolo”, che viene utilizzato sempre più a sproposito per scopi manipolatori e inquinanti della vita democratica.

Che cosa dovremmo fare?
Oggi ci viene chiesto di essere “tuttologi”, di esprimere il nostro parere su tutto. L'ansia di sapere è una malattia contemporanea acuita dalla tecnologia: devi essere connesso 24 ore al giorno, costretto a rispondere in tempo reale a mail e messaggi; è alienante. E in più si lavora come pazzi. Si cade in depressione, anch'io lo sono stato anni fa. È la malattia degli attori: ne ho conosciuti tantissimi di depressi, anche gravi. Ma non riguarda solo noi. Una volta non era così.

Mentre provava a fare l'attore negli Anni 70, lei per campare vendeva pentole porta a porta.
Ero giovane e avevo la forza dell'incoscienza. Ci attaccavamo alla luce dei vicini, andavo in moto senza patente… Era un Paese più libero e spensierato, nel bene e nel male. E questo campare di espedienti era tollerato dalla società e consentiva di coltivare il sogno del teatro senza avere le spalle coperte. Oggi sarebbe impossibile.

È per questo che è così impegnato nelle accademie?
Penso sia molto difficile essere ragazzi, oggi, rispetto al passato. Sei controllato, hai sempre meno libertà; e se non ti aiuta la famiglia, fare l'attore è quasi impossibile. Ai giovani dico che essere vitali è un dovere: la vita viene prima di tutto. Il palco ti insegna a stare al mondo: gli attori hanno successo solo se vivono il palcoscenico come una comunità. Fare teatro è un modo per affrontare la vita, una palestra per l'esistenza che mette in luce la tua forza e le tue debolezze, il tuo nocciolo duro.

E il cinema? Lei ha recitato sia nei cinepanettoni sia in pellicole d'autore, come Il divo di Sorrentino e Il ragazzo favoloso di Mario Martone, dove interpretava Monaldo, il severissimo padre di Giacomo Leopardi.
Il cinema è meno faticoso del teatro, per alcuni aspetti una vacanza ben pagata! Scherzi a parte, è una boccata d'aria fresca e d'avventura rispetto al teatro. Alcuni ruoli mi hanno dato tanto, il mio preferito è proprio quello di Monaldo: Mario ha montato il film su questo rapporto d'amore, possessività e gelosia con il padre che ha segnato tutta la vita del poeta.

Parlando di “padri”, viene spontaneo pensare al suo rapporto con Ronconi.
Non eravamo amici nel vero senso della parola: abbiamo sempre avuto un rapporto schietto, c'era grande rispetto, ma ognuno stava al suo posto. Aveva due facce, quella severa del grande uomo di teatro, e una dissacrante, ironica. Ho imparato da entrambi questi aspetti. Non oso paragonarmi a lui, sono solo uno che prova a fare teatro.

La vostra è una missione?
Il teatro è un lavoro, che migliora la vita delle persone, ma non può salvare il mondo. Tengo sempre a mente ciò che sostiene Renzo Piano a proposito delle metropoli contemporanee: non abbiamo bisogno di opere enormi, ma dobbiamo “cicatrizzare” le città, prendendoci cura magari di un vecchio giardino, sistemarlo, e andare avanti fino alle periferie. Ogni giorno decidi se fare una cosa giusta o sbagliata: dipende da te, ognuno ha un potere e deve usarlo a fin di bene. Anch'io nel mio piccolo ci provo.

Un altro gigante della scena con cui ha lavorato spesso è Umberto Orsini.
Con lui, che è un amico, condivido spesso tournée infinite e spettacoli massacranti. È uno che non ha mai saltato una replica ed è ancora impeccabile alla sua età (86 anni, ndr). Ho conosciuto tanti “grandi”, diversissimi fra loro, ma tutti con una certezza incrollabile: devi andare in scena ogni dannata sera, anche se sei a pezzi e fuori nevica.

Che rapporto ha con Roma, la città in cui vive?
È una città ancora bellissima, nonostante la gestione disastrosa e il fatto che sia ormai gentrificata, con le case trasformate in B&B. Il turismo farà girare l'economia, ma toglie anima e vita ai luoghi. Quando Roma mi esaspera, vado a Todi dove ho una casa di campagna con mia moglie Gaia, anche lei attrice. Lì passiamo il nostro poco tempo libero tra querce e ulivi: il mio hobby – ma direi più un'autoterapia – è stare in mezzo alla natura a piantare alberi, esseri viventi meravigliosi, e a occuparmene in silenzio ascoltando quello che hanno da dirmi.

Ha anche una grande collezione di fossili, vero?
Ne ho migliaia, in effetti! Sono un accumulatore seriale di sassi, fossili, scheletrini, che raccolgo in una Wunderkammer settecentesca piena di stranezze trovate in giro, come nidi di uccello caduti o gusci di tartaruga. È il mio modo di restare un bambino sognatore, una parte di me che difendo gelosamente.

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