poesia

Il tempo che ruota

“L'ultimo turno di guardia” di Alberto Rollo è in libreria per i tipi Manni Editori

di Niccolò Nisivoccia

3' di lettura

Alberto Rollo è una figura nota nel mondo culturale: come direttore editoriale o consulente di importanti case editrici, come traduttore, come collaboratore di quotidiani e riviste. Ma fino a pochi anni fa non era mai stato autore in proprio, eccettuate poche sporadiche incursioni nella scrittura per teatro e per televisione. Solo nel 2016 ha esordito come narratore, e lo ha fatto pubblicando da Manni Editori un romanzo autobiografico, “Un'educazione milanese”, che ha fatto subito molto parlare di sé – e molto bene.

Ora “L'ultimo turno di guardia”, di nuovo da Manni (pp. 100, € 12), segna il suo esordio anche nella poesia: un esordio a lungo covato, se è vero che lo stesso Rollo, in una nota in fondo al libro, confessa di aver cominciato a metterlo a fuoco fin dal 1992.

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Quasi trent'anni sono trascorsi da allora: e quindi è come se la voce attraverso la quale oggi l'opera prende forma fosse cresciuta con il suo autore, che all'epoca era appena quarantenne, fosse maturata con lui, ne avesse condiviso le stagioni, le pagine chiare e quelle scure, gli amori, le gioie, le pene, le illusioni e le disillusioni.Quasi un'allucinazione“L'ultimo turno di guardia” è un poema in forma di monologo. Potremmo definirlo, nella sostanza e nel tono, usando quello che era il sottotitolo di un famoso romanzo di Tabucchi, “Requiem”: e cioè come un'allucinazione.

Alberto Rollo

A parlare è un uomo che capiamo, immaginiamo alla fine dei suoi giorni. Ci parla dall'alto di una torre, da una stanza nella quale è recluso: da un “solaio desolato,/preda di luci ulcerate e di silenzio”. Non sappiamo chi lo abbia recluso, né possiamo escludere che si sia recluso da solo. È malato? Sì, è “malato di tempo”, ci spiega ancora lo stesso Rollo nella sua nota finale, e del resto è intorno al tempo che ruota tutto il suo monologo: il tempo passato, il tempo presente “che non è attesa, non è nulla”, il tempo che chiede tempo al tempo che gli manca – tempo per ricordare, per fare i conti, per guardare fuori e dentro di sé. Potrebbe essere dunque un luogo di cura o di degenza, la torre da cui il protagonista monologante di Rollo ci parla; ma non è sicuro neppure questo. Tutto, nel monologo, sembra sospeso in una dimensione fra sogno e realtà, fra ombra e luce, fra delirio e lucidità. Fuori dalla torre le cose sembrano assumere a loro volta contorni quasi allucinati: è un “meriggio lungo,/immobile, feroce”, il cielo una “calce umida”. Piove, e la pioggia copre di “sgomento” perfino il bacio di due ragazzi.Verso dopo verso, sprofondiamo anche noi che leggiamo nell'allucinazione, nell'incedere delle rime, interne ed esterne, delle assonanze, delle consonanze. E tuttavia non è a noi che il protagonista rivolge la parola: è piuttosto a un “tu” che gli sta di fronte, o accanto. Anche di questo “tu” sappiamo poco o niente: solo che tiene “in custodia” l'io che parla. Ma poi è vero anche il contrario, a ben vedere: perché il “tu” risulta a sua volta in custodia dell'io, nella misura in cui il poema lo mette a servizio del parlare di quest'ultimo, in ascolto silente; e nella misura in cui l'io arriva, a un certo punto, a chiedergli espressamente: “non lasciarmi solo”.

Tu reale o immaginario

Poco importa che questo “tu” sia reale o immaginario, presente o solo pensato: è sempre necessario un “tu”, qualunque sia, perché l'io possa dirsi tale, e qui Rollo sembra fare sua la lezione di un grande poeta e pensatore quale Edmond Jabès, per il quale “l'io è miracolo del tu”.

Il senso di una fine

Potrebbe sembrare che lo scenario sia quello della fine della Storia. Ma non è così. Siamo semplicemente alla fine di una vita, alla quale seguiranno altre vite, altre storie. “Di' che ci sono e che non finirò”, sono le ultime parole rivolte dall'io al tu: e forse il loro senso è proprio nel voler esprimere questa consapevolezza almeno di una continuità, in un tempo futuro che sopravviverà a quello trascorso – e che forse potrà rigenerarlo.

Alberto Rollo, L'ultimo turno di guardia, Manni Editori, 2020, pp. 100, € 12


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