costi sotto la lente

Il tentativo di nascontare il peso delle commissioni sui rendimenti

di Gianfranco Ursino


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3' di lettura

Fare luce sui costi a carico dei clienti. Chiari, puliti così che tutti, anche persone poco avvezze alla finanza, possano capire quanto guadagnano, quanto perdono e quanto pagano agli intermediari finanziari. È l’obiettivo dell’ormai mitica Mifid2, la nuova direttiva Ue, che banche e consulenti studiano da tre anni. Ora si è arrivati al nodo cruciale e c’è lo scontro. In Assoreti, in Abi e in AssoSim, si confrontano manager e gestori sulle modalità con cui illustrare i dati più sensibili: come evidenziare il peso totale dei costi sul rendimento? E come evitare una sollevazione di massa, quando alcuni risparmiatori si accorgeranno di pagare alte commissioni nonostante performance negative?

Ad aver creato confusione è la stessa normativa Mifid2 che lascia libertà di “format” su come illustrare il rapporto costi/rendimenti. Ma ci sono alcuni punti fermi che gli intermediari dovranno considerare. «Già nel regolamento delegato Ue 2014/565 – afferma Giancarlo Somaschini, vicepresidente Ascosim – all’articolo 50 punto 10 viene espressamente previsto che occorre fornire ai clienti un’illustrazione che mostri l’effetto cumulativo dei costi sulla redditività dell’investimento, sia ex ante che ex post, evidenziando eventuali impennate o oscillazioni delle commissioni. Il tutto accompagnato da una descrizione per rendere più comprensibili le informazioni ai clienti».

La normativa di riferimento, poi, non si esprime in merito al rendimento da utilizzare per calcolare il rapporto con i costi. Rendimento time o money weighted? Rendimento netto o lordo? Al netto delle commissioni o anche degli oneri fiscali? Una serie di punti interrogativi che ha permesso agli intermediari di studiare la modalità più idonea per non far esplodere questo indicatore. Un’informazione che va accompagnata con l’esposizione delle cifre in valore assoluto (come abbiamo provato a rappresentare nei tre esempi sopra esposti) perché se il rendimento è negativo non può essere nemmeno rappresentato in termini percentuali e si rischierebbe di trovarsi sul rendiconto un bel n.d. (non disponibile). «Se già diventa un problema far vedere l’incidenza dei costi ai clienti che guadagnano 1.000 euro a fronte di provvigioni di 10 mila euro pagate ai vari attori – continua Somaschini –, figuriamoci cosa può dire un cliente che scopre di aver conseguito un rendimento negativo a fronte di costi che non vengono meno».

C’è da attendersi quindi che la struttura della comunicazione sarà diversa da banca a banca. C’è una spaccatura tra gli intermediari: alcuni consegneranno al cliente un’analisi aggregata, altre esporranno ogni dettaglio. Questa è l’idea del fronte che spinge per inondare di informazioni il rendiconto - anche 21 pagine secondo indiscrezioni raccolte dal Sole 24 Ore - per far naufragare l’immediata e chiara lettura dei dati a scapito della tanta decantata trasparenza. Altri nodi ancora da sciogliere riguardano la tempistica di messa in produzione di questi report. Tutti gli intermediari contattati hanno risposto che non saranno pronti prima di marzo/aprile. C’è poi da decidere se a fronte di più servizi di investimento offerti al cliente i vari rendiconti devono essere messi a disposizione in un momento unico o in momenti diversi. Magari il rendiconto sui servizi di collocamento è pronto dopo quello relativo alla gestione. Solo per fare un esempio. Ma è dal mondo assicurativo che trapelano i maggiori timori. Fra i tanti temi c’è quello di capire se i prodotti di ramo I vanno rendicontati seguendo la normativa Mifid2. Ad oggi alcune compagnie dichiarano di seguire questa via, altre invece sono decise sul non farlo.

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