Lavoro e formazione

Il tessile-moda cerca 10mila specialisti per la svolta nel digitale sostenibile

La proposta di Capasa: a scuola un’ora settimanale di storia del made in Italy e delle sue tre effe - food, fashion e furniture - per attrarre i giovani

di Giulia Crivelli

4' di lettura

Il tessile-moda-accessorio (Tma) nel 2019 aveva sfiorato i cento miliardi di fatturato, ma è stato tra i settori più colpiti dalla pandemia e ha chiuso il 2020 con una perdita del 26%. Le previsioni dopo i segnali positivi del primo trimestre sono di una ripresa a V, che dalla parte a valle (abbigliamento e accessori) dovrebbe estendersi al monte della filiera, da sempre più fragile perché fatta da Pmi e microimprese con margini inferiori a marchi e grandi gruppi. Per costruire il futuro servono però decine di migliaia di professionalità, almeno 10mila delle quali, di fatto, mancanti o introvabili, perché ancora da formare, figure professionali che Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda, immagina come «facilitatori» della svolta digitale e sostenibile che il Tma deve abbracciare.

Le figure «classiche»

La recente indagine Excelsior delle Camere di commercio prevede, tra agosto e ottobre, nel “solo” tessile-abbigliamento-calzature circa 25mila assunzioni. Il 36% delle aziende ha dichiarato difficoltà (ma non impossibilità) nel reperimento e la maggior parte di queste probabili assunzioni sono nell’area di produzione, seguita da vendite e marketing, controllo qualità logistica. Le professioni più difficili da trovare sono programmatore macchine, disegnatore tessile, addetto alla produzione pelletteria, addetto controllo qualità e sarto. «L’indagine Excelsior è un buon punto di partenza e ci fa essere cautamente ottimisti per il futuro a medio e lungo termine – spiega Carlo Capasa –. Ma dobbiamo immaginare un mondo del lavoro diverso nell’era post Covid. La pandemia ha accelerato trasformazioni in atto in tutti i settori e nel Tma in particolare. Per cavalcare i cambiamenti servono nuove professionalità, che potremmo definire architetti di una cultura aziendale improntata su digitale e sostenibilità».

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Un «architetto» in ogni azienda

Capasa è al suo terzo mandato come presidente della Camera della moda, l’associazione che organizza, tra le altre cose, le fashion week di Milano e negli anni ha rafforzato i legami con il Comune, la Camera di commercio, Pitti Immagine, Fiera Milano e Confindustria Moda: «Siamo tutti consapevoli della leadership italiana nel tessile-moda di media e alta gamma – sottolinea – .Ricordiamoci sempre che il 70% del lusso venduto a livello globale dai marchi europei e persino americani è prodotto in Italia. Un patrimonio che va gestito non come un museo, bensì come un insieme di know how artigianale e manifatturiero che deve restare al passo coi tempi». Per il presidente della Camera della moda questo significa rivedere ogni processo aziendale e ogni anello della filiera in un’ottica di digitalizzazione e sostenibilità ambientale e sociale, imposta dai consumatori, ancora prima che dal legislatore.

Il potenziale dei giovani

Nel 2019 il Tma era composto da 64mila imprese, ma nel 2020 Sistema moda Italia, la componente più importante di Confindustria Moda, stima di aver perso circa 6.500 aziende (il 15% di 56mila). Se il secondo semestre 2021 e il 2022 mostreranno l’attesa ripresa a V, tutte quelle che restano, forti dell’uscita dal tunnel della pandemia, riprenderanno a investire e saranno decine di migliaia le figure necessarie a costruire la filiera del futuro. «Idealmente, dovrebbe esserci un punto di riferimento per la scelta digital-sostenibile in ogni azienda, ma sicuramente daranno l’esempio le aziende più grandi e quelle quotate, che già hanno manager che si occupano di sostenibilità e inclusività – spiega Capasa –. Parliamo di 10mila posti di lavoro e 40-50 mila nei prossimi anni, perché ogni professionalità che già esiste dovrà evolversi, arricchirsi, con competenze digitali e di sostenibilità, che devono diventare i nuovi strumenti di lavoro e il nuovo “abito mentale” in ogni momento delle nostre vite, lavorative e non solo».

Il nodo formazione

Ed eccoci alle dolenti note: la richiesta di nuove professionalità c’è e ci sarà, manca l’offerta e soprattutto manca la formazione. Viene prima l’uovo o la gallina, sarebbe la domanda da porsi, quasi fosse uno di quei paradossi cari ai filosofi greci. Ma ha in realtà qualcosa di molto concreto: la formazione genera il lavoro, ma i formatori vanno formati e coordinati ed è un lavoro anche questo. «In Italia abbiamo tante scuole eccellenti di moda e design e sempre più aziende investono su academy interne – ricorda Carlo Capasa. – Ma servirebbe più coordinamento per far incontrare domanda e offerta, con l’aiuto delle istituzioni e del sistema pubblico di istruzione, come avviene in Germania, dove ogni anno, per ogni settore, dalla medicina alla meccanica, si stima il fabbisogno di posti di lavoro e quindi il contributo che le scuole devono assicurare».

Cambiamento culturale

Sono anni che Confindustria Moda insiste sull’importanza di comunicare in modo diverso le opportunità lavorative che il Tma offre e Capasa fa lo stesso: «Molti giovani e le loro famiglie e a volte persino gli insegnanti delle scuole primarie e secondarie hanno un’idea superata e sbagliata dei lavori nel nostro settore – spiega il presidente della Camera della moda. – Resiste solo la figura quasi mitica del creativo, dello stilista, ma c’è molto altro. Le fabbriche sono cambiate, con la globalizzazione ci siamo reinventati, industrializzando le capacità artigianali che ci rendono leader nel medio e alto di gamma. È questa la strada e ai giovani dico: siete nativi digitali e nativi ambientalisti e persino nativi attivisti sociali. Convogliate queste attitudini scegliendo di lavorare nel mondo della moda, che potete contribuire a cambiare in meglio». Capasa conclude con un’idea che ha il sapore di una provocazione, ma che a guardar bene potrebbe essere realizzata e dare grandi risultati, come tutto ciò che riguarda l’istruzione e la formazione: «Stiamo attraversando un periodo di ambiziose riforme del Paese, che riguardano anche la scuola. Si è parlato ad esempio di reintrodurre l’educazione civica e forse è giusto. Perché invece non pensare a un’ora settimanale di storia e racconto del made in Italy e delle sue tre effe, food, fashion e furniture? Sono ambiti dei quali essere orgogliosi, come italiani, e che possono calamitare i sogni e le ambizioni dei giovani che costruiranno il futuro dell’Italia e del mondo».

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