Societa

Il testamento del 25 aprile per i giovani

di Giuseppe Lupo


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(ANSA)

3' di lettura

Le parole che il Presidente Mattarella ha pronunciato per celebrare l’anniversario del 25 aprile, quel cenno al «riscatto nazionale» e alla «rivolta morale contro il nazifascismo», riassumono ciò che dovrebbe ritenersi un valore condiviso e rappresentano il testamento da affidare alle generazioni che di quegli eventi sono spettatori distratti e disinformati.

È vero che una Patria rinasceva dalla guerra, ma conservava qualcosa come ruggine, complice il fatto che - così scrisse Piero Gobetti sulla «Rivoluzione Liberale» del 23 novembre 1922 - il fascismo si sarebbe manifestato come «autobiografia della nazione». La marcia su Roma era avvenuta un mese prima, eppure Gobetti aveva già intuito cosa sarebbe stata quell’esperienza. Sconfiggere il fascismo significò riscrivere con linguaggio rinnovato l’autobiografia della nazione e correggere gli errori che si tramandavano dall’Ottocento.

Accanto alla nozione di guerra civile, rivendicata dalla letteratura, per esempio mediante Una questione privata di Beppe Fenoglio (1963), sussiste un’altra chiave di lettura che salda Risorgimento e Resistenza, facendo della Resistenza il compimento democratico del Risorgimento. Non si tratta di una tesi nuova, ma certo fondamentale in sede di interpretazione critica perché rivisita la questione dell’identità nazionale secondo la formula della continuità tra le due Italie: quella monarchica (e imperfetta), quella repubblicana (giunta a piena realizzazione).

Che il Risorgimento sia stato un traguardo eroico ma incompleto è un discorso noto e, se un tempo questa tesi portava la firma di una intellighenzia siciliana delusa e antistorica (da Verga a De Roberto, da Pirandello a Sciascia, da Tomasi di Lampedusa a Consolo), in anni recenti è diventata il terreno adatto a nostalgie velleitarie, suffragate da una tanto scontata quanto fortunata (dal punto di vista editoriale) retorica revisionista: il Sud borbonico sarebbe stato defraudato dalla politica sabauda.

Il pericolo è che si confondano le opinioni arroccate su posizioni anacronisticamente filoborboniche con quelle degli scrittori di un altro Risorgimento, di impronta anch’essa meridionale, che alla visione siciliana della Storia avrebbero anteposto una lettura controstorica (e non più antistorica) dell’impresa dei Mille. Penso soprattutto alla rivista napoletana «Le Ragioni Narrative» (1960-61) di Mario Pomilio e Michele Prisco, penso alle inchieste di Aldo De Jaco e ai romanzi di Carlo Alianello.

Siamo intorno agli anni Sessanta, dunque nel periodo di maggiore espansione dell’Italia industriale e paradossalmente il nodo più difficile da sciogliere sarebbe stato non tanto quello di accettare le inadempienze del Risorgimento, ma ripensare a una nazione che, per raggiungere in fretta il traguardo dell’unificazione, sacrificava parte del dibattito sui metodi e sulle forme di una politica che fosse espressione di una volontà partecipata. L’Italia meridionale e l’Italia settentrionale continuavano a sentirsi scisse nonostante i travasi demografici dell’emigrazione. Persistevano quelle sacche di incomprensione che nemmeno la Grande guerra avrebbe sanato, pur essendo stato quel conflitto il primo, vero fenomeno di massa del Novecento. Meno che mai ci sarebbe riuscito il fascismo, che continuava a battere la strada delle ambiguità: rurale e urbano, di rivoluzione e di conservazione.

Vittorini fu tra i pochi, un settantennio fa, a credere in una modernità che avesse l’obiettivo di redimere la Storia, a ipotizzare cioè una Resistenza non come ribaltamento dei risultati risorgimentali, ma come approdo finale del processo di perfezionamento. Per sostenere questa idea, invocava il magistero di Carlo Cattaneo: un federalista, un lombardo, un uomo di svariate geografie e di linguaggi plurimi, al quale tributava centralità sul «Politecnico» del 23 marzo 1946, un mese e mezzo prima delle elezioni per l’Assemblea Costituente. Quel numero della sua rivista andrebbe considerato un atto di omaggio all’intellettuale ottocentesco e all’architettura politica dell’Italia che dal suo pensiero sarebbe potuta scaturire, dispiegata nella dimensione cittadina e municipale, nella forza delle autonomie e nel metodo politecnico del confronto.

Era trascorso poco meno di un anno dalla fine della Resistenza e i fatti che si stavano compiendo nel cuore del Novecento avrebbero rimarginato le ferite di una nazione che il secolo precedente restituiva fragile e traballante, barbara come il titolo del pamphlet di Curzio Malaparte, Italia barbara, stampato a Torino, da Piero Gobetti, nel 1925. Sarà un caso che il libro di Malaparte, eversivo nei confronti del Risorgimento, sia uscito lo stesso anno e presso lo stesso editore degli Ossi di seppia di Montale.

Forse non lo è. Così come non è un caso che Vittorini abbia indirizzato il suo omaggio non a Cavour o a Garibaldi o a Mazzini, ma a Cattaneo, nel cui magistero ravvisava il disegno di una cultura che la tappa del 25 aprile poteva rinnovare nei suoi statuti. Una nuova cultura si intitolava infatti l’editoriale con cui cominciava «Politecnico»: qualcosa che non avrebbe consolato gli uomini nelle sofferenze, ma li avrebbe protetti e liberati dalle sofferenze.

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