La storia

Il Tour de France della manifattura in cerca di giovani

di Riccardo Sorrentino


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(Afp)

4' di lettura

Una strana carovana sta attraversando la Francia. Sei camion, una roulotte, quindici tecnici. Dove si ferma, viene gonfiato un enorme gallo blu, dell’altezza di sei metri. Il Coq bleu segnala l’arrivo di La French Fab di Bpifrance, il tour che prevede 60 tappe – si concluderà a ottobre nell’Ile de France, dopo aver percorso la Riviera questa estate – e ha lo scopo di avvicinare i francesi all’industria. Nel piccolo villaggio costruito in ogni tappa, i visitatori potranno effettuare speed interview di lavoro, fare test attitudinali, seguire conferenze, workshop, oppure sperimentare la realtà virtuale, mentre i bambini potranno giocare.

A Nizza, martedì, la Dassault Aviation ha per esempio messo a disposizione un simulatore di volo; STMicroelectronics ha mostrato come si costruisce un componente elettronico; la federazione francese del ciclismo ha offerto corsi di ciclismo. Alla fine un concerto di Skip the use, Anne Sila e The Penelopes ha concluso la giornata. L’obiettivo è rendere affascinante il mondo della manifattura. Per la Francia è un obiettivo importante. «È venuto il momento di ridare slancio alla nostra industria nazionale», aveva detto presentando il progetto nell’ottobre 2017 il ministro Bruno Le Maire a ottobre 2017, in un discorso in cui, oltre a difendere l’acquisizione di Stx da parte di Fincantieri, annunciò l’intenzione di creare legami con le altre «culture industriali», e quindi la Germania e l’Italia.

Il problema concreto da risolvere è la difficoltà, per le imprese, di trovare lavoratori. Oggi il 40% delle imprese non riesce a riempire le caselle vuote nel proprio organico. Non è il 60% del 2001, ma è comunque il livello più elevato degli ultimi quindici anni almeno. L’offerta di lavoro, però, non manca. Il numero dei senza lavoro resta comunque elevato – il tasso è all’8,6%, contro il 7,5% medio di Eurolandia – con una importante disoccupazione di lungo periodo (il 3,6%, ma era il 4,3% appena prima dell’elezione di Emmanuel Macron).

Qualcosa impedisce dunque l’incontro tra la domanda e l’offerta. I soliti sospetti sono l’elevato salario minimo, il funzionamento non efficiente delle agenzie del lavoro, ma anche la struttura geografica, molto dispersa, della Francia: molti lavoratori sono costretti a lunghe trasferte quotidiane per recarsi in azienda. Il governo – a parte il salario minimo, aumentato per placare le proteste dei Gilets Jaunes – sta non a caso intervenendo per modificare i sussidi di disoccupazione, che possono incentivare l’inattività, e le procedure dei Pôles Emploi. Risolvere questa impasse è un passaggio importante, ma non sufficiente.

L’utilizzo della capacità delle imprese è ormai sopra la media e molte aziende sono ormai al limite e non riescono a produrre di più. Gli investimenti, in forte crescita, al momento sono destinati per il 50% – spiega Daniela Ordonez di Oxford Economics in una nota molto positiva sulla Francia – alla sostituzione e all’ammodernamento degli impianti, ma presto potrà essere necessario fare di più. «Tenuto conto di tutto – continua Ordonez – la crescita degli investimenti privati è attesa stabile al 3,2% nel 2019 e nel 2020, trainata da investimenti in macchinari, impianti, information technology e ricerca e sviluppo, compensando così i deboli investimenti in costruzioni».

Un possibile freno a questa prevista corsa agli investimenti potrebbe però essere l’indebitamento delle imprese francesi, piuttosto elevato. Emmanuel Macron, fin dai primi passi del suo mandato, ha dedicato molta attenzione a questo tema, al punto sbagliare la sequenza delle riforme e meritarsi la fama di “presidente dei ricchi”. Ha predisposto un fondo per l’innovazione da 10 miliardi, e ha invitato gli stranieri a investire in Francia. Ha avuto successo: nel 2018, il numero di operazioni finanziate dall’estero ha raggiunto il massimo da 10 anni: 1.323 interventi, in crescita del 2%, con un forte impegno in vista di Brexit dei britannici, sui quali Macron aveva molto puntato.

Non può sorprendere allora che le prospettive per la Francia siano piuttosto rosee. La Commissione Ue prevede una crescita del Pil dell’1,3% quest’anno e dell’1,4% l’anno prossimo, in linea con le stime dell’Fmi; mentre le proiezioni dell’Ocse indicano una leggerissima frenata (1,25%) per il 2020. Anche i consumi delle famiglie sono infatti destinati a restare robusti. Per contrastare i Gilets Jaunes Macron non ha solo aumentato i salari minimi, ma ha anche ridotto le imposte, soprattutto a favore della classe media.

In generale, il potere d’acquisto è aumentato, anche grazie alla riduzione della disoccupazione e al ridimensionarsi della sottoccupazione: secondo Ordonez, almeno 200mila persone con un part-time involontario sono passate al tempo pieno l’anno scorso. Il progetto di tagliare 120mila posti pubblici è stato inoltre rivisto. Il bilancio pubblico, al momento, resta inoltre espansivo anche se il governo è molto attivo nel correggere il tiro e riportare il budget sulla rotta giusta verso il pareggio nel medio periodo. L’espansione dell’attività economica è così una realtà già oggi, e non solo una previsione. La produzione industriale è aumentata del 2,1% a maggio, il ritmo più rapido da novembre 2016, grazie al settore chimico e a quello farmaceutico; mentre veicoli e altri beni di trasporto hanno registrato un forte rimbalzo. L’indice Pmi-Markit, che misura l’attività economica dal punto di vista dei manager acquisti delle imprese, ha intanto segnato a giugno il massimo da sette mesi (da nove mesi per il settore manifatturiero), con un primo aumento degli ordini, che finora mancavano all’appello. Di fronte ai venti contrari che frenano le economie avanzate, la Francia ha così mostrato una forte resilienza, sostenuta dalle riforme e gli interventi non certo popolari, ma finora efficaci, di Emmanuel Macron.

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