lotta alla pandemia

Il tracciamento resta la chiave per contrastare il coronavirus. Ecco come e perché

La ripartenza dei contagi sta mettendo in difficoltà il sistema e anche la strategia delle tre T, che era risultata vincente nei mesi scorsi

di Federico Mereta

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4' di lettura

Si sapeva. Fin dall'inizio, chi guardava lontano sapeva che la pandemia da Covid-19 si sarebbe trasformata in una sorta di maratona, con scatti da parte dei due contendenti: da un lato operatori sanitari, sanità pubblica e cittadini, dall'altro il virus. Così, se in estate i primi sembravano aver preso un buon passo, in queste settimane si è assistito dapprima al sorpasso ed oggi il virus sta distanziando gli inseguitori. Addirittura, in queste lunga corsa che si concluderà solamente con l'arrivo di un vaccino efficace e sarà fatta di inseguimenti e ripartenze, oggi pare che la strategia delle tre T (testare, tracciare e trattare) sia in grandissima difficoltà.

A causa del gran numero di persone potenzialmente positive, testimoniato dalla crescita esponenziale dei casi nelle ultime settimane, diventa infatti difficile riconoscere tempestivamente chi ha contratto l'infezione, magari in maniera del tutto asintomatica, ed ancor più complesso è definire con valida approssimazione i possibili contatti a rischio, per inseguire il virus in questa sua corsa a diffondersi. Così si rischia di affidare questa fase difensiva al trattamento, che fortunatamente è sempre più efficace e mirato rispetto alle prime fasi della pandemia, a patto ovviamente che per il Sistema Sanitario e per le sue strutture le richieste d'aiuto non diventino soverchianti rispetto alle capacità di risposta, specie in ospedale e nelle terapie intensive.

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Per questo motivo il tracciamento dei possibili contatti appare oggi una delle chiavi per riavvicinare il virus che sta lanciando uno sprint, per rimanere nella metafora sportiva. Come fare? La risposta ovviamente non è la stessa ovunque, anche sul fronte delle possibili capacità di reazione del sistema e del supporto che si dà a chi si trova in quarantena e autoisolamento, ma esistono comunque indicazioni operative che le regioni possono adattare in base alle linee guida Ministeriali, che possono aiutarci a capire.

In termini generali il Ministero sul sito web ricorda come i contatti stretti di casi con infezione da Sars-CoV-2 confermati e identificati dalle autorità sanitarie, debbano osservare un periodo di quarantena di 14 giorni dall'ultima esposizione al caso oppure un periodo di quarantena di 10 giorni dall'ultima esposizione con un test antigenico o molecolare negativo effettuato il decimo giorno. Inoltre si segnala di controllare con un test molecolare chi vive vicino a soggetti a rischio e di studiare accessi specifici ai test per i bambini, otre che di evitare quarantena e test diagnostici nei contatti stretti di contatti stretti di caso, ad esempio i familiari di un possibile contatto che non risulti poi positivo o manifesti sintomi.

E soprattutto occorre evitare errori. “Prima di tutto bisogna sapere che esiste un tempo ottimale per fare il tampone – spiega Filippo Ansaldi, Direttore del Dipartimento di Prevenzione e programmazione dell'Azienda Ligure Sanitaria (Alisa). La massima sensibilità del test si ha tra i 5 e i 10-12 giorni dopo l'esposizione”. Ma allora, come comportarsi in caso di possibile positività per contatto? Ecco un semplice vademecum che, su scala nazionale, può aiutare.

Come funziona il tracciamento?

In caso di persona che risulta positiva al test molecolare, i sanitari ripercorrono a ritroso le informazioni sui possibili contatti che si sono verificati a partire da 48 ore prima dell'insorgenza dei sintomi e fino all'isolamento del caso, attraverso una telefonata. I contatti vengono poi identificati, prestando particolare attenzione a chi presenta specifici fattori di rischio come età, professione o presenza di patologie concomitanti. In base a queste osservazioni si provvede poi a programmare sui contatti stessi un test molecolare o antigenico. Ovviamente queste sono indicazioni generali: nelle persone ad alto rischio la sanità pubblica deve avere un monitoraggio assiduo della situazione, mentre per l'esposizione a basso rischio i contatti possono auto-monitorare i sintomi osservando le misure di distanziamento sociale ed evitando qualsiasi spostamento. La quarantena deve essere applicata per i contatti con esposizioni ad alto rischio. Se compaiono sintomi, a prescindere dalla situazione, occorre attivare subito l'autoisolamento e provvedere a parlare con il medico di medicina generale e con la ASL o il 112, sempre al telefono.

Quando si parla di contatto?

Si può considerare un possibile contatto di un caso Covid-19 chi ha avuto prossimità fisica con una persona che ha sviluppato l'infezione nel periodo che va da due giorni prima dell'insorgenza dei sintomi (si parla invece delle 48 ore precedenti al prelievo per campione positivo se il soggetto è asintomatico) e il termine del periodo di isolamento del caso confermato. Ovviamente, in questa definizione entrano moltissime persone, pur se non tutti i contatti sono ugualmente a rischio visto che i pericoli sono diversi in base al livello di esposizione. Questo parametro diventa la guida per la gestione ottimale del soggetto “contatto”. In termini generali si deve definire ad alto rischio chi ha avuto contatto diretto con un caso Covid-19 entro i due metri di distanza per più di 15 minuti (questa è la definizione generale dell'ente europeo ECDC, m ma può essere adattata dalle autorità sanitarie in relazione al caso specifico). specie se in ambiente chiuso, oltre ovviamente a casi specifici che si possono verificare in aereo o in ambito sanitario. Ci sono poi i contatti a basso rischio, come chi è stato a contatto con chi ha sviluppato l'infezione meno di 15 minuti, chi ha viaggiato su mezzi di trasporto e chi si è trovato a rischio sanitario professionale con dispositivi di protezione individuale.

Cosa deve fare un contatto?

A chi è contatto stretto di un caso sospetto si raccomanda di rimanere a domicilio, mantenere il distanziamento sociale, controllare la temperatura mattina e sera e controllare lo stato di salute, almeno fin quando il possibile “caso” viene confermato o meno con il tampone. Se invece il caso è confermato i contatti debbono rimanere in autoisolamento domiciliare, e stare ad almeno due metri di distanza dagli altri fino a due settimane dal possibile momento a rischio o comunque per 10 giorni, quando si può eseguire un test antigenico o molecolare e se questo risulta negativo. Questa definizione temporale non è casuale: le indicazioni parlano infatti di 10 giorni di attesa per il test in caso di assenza di sintomi: se questi compaiono occorre informare la sanità pubblica.


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