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Il tramonto del petrolio a Wall Street: i big pesano sempre meno sul listino

di Sissi Bellomo


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(Ap)

4' di lettura

Meno di dieci anni fa ExxonMobil dominava incontrastata la classifica delle Blue Chips. Oggi il gigante americano del petrolio non figura più nemmeno nella Top 10 delle società quotate a Wall Street, un’assenza che non si verificava da quasi un secolo e che è l’emblema della parabola dei titoli petroliferi: un tempo superstar, oggi paria dei listini.

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In Borsa a New York il settore è quello che registra la peggiore performance in assoluto, non solo quest’anno, ma anche nell’ultimo decennio. Da marzo 2009 – quando è iniziato il formidabile rally che ha spinto al record storico i listini Usa – il valore delle società dell’S&P500 è quasi quintuplicato, ma la componente Energy (compagnie petrolifere e dintorni) ha perso quasi un quinto di capitalizzazione, riducendo il suo peso nell’indice dall’11,7% di dieci anni fa ad appena il 4,4% ad agosto, secondo l’aggiornamento mensile appena pubblicato da S&P Dow Jones Indices.

La situazione continua a non essere rosea, se si guarda al 2019: il settore è a malapena in positivo a Wall Street a fronte di un rialzo di oltre il 15% per il listino principale e nemmeno i rincari del petrolio sono riusciti a dare la scossa. Il prezzo del barile, che storicamente si muove in parallelo ai titoli petroliferi, è salito da inizio anno, sia pure con fasi di forte volatilità: il Wti è addirittura in rialzo del 25%, vicino a 57 dollari, mentre il Brent è tornato sopra 60 dollari.

L’avanzata dei «Faang»

Il tramonto di ExxonMobil è iniziato da tempo, in parallelo all’irresistibile ascesa di Apple:  la società creata da Steve Jobs già nel 2012 le aveva strappato lo scettro di regina delle Blue Chips. La compagnia texana – punita anche per errori strategici commessi nel passato dal management – non è mai più riuscita a riconquistarlo. Adesso, per la prima volta dal 1925, è addirittura uscita dalla Top 10 dell’S&P500.

Con circa 290 miliardi di dollari di capitalizzazione – oltre il 40% in meno rispetto al picco del 2008, quando il greggio costava più di 100 dollari – ad agosto Exxon è scivolata al dodicesimo posto, superata da Visa e Procter&Gamble. Il colosso delle carte di pagamento e la multinazionale dei detersivi e dell’igiene personale sono saliti rispettivamente alla decima e all’undicesima posizione in una classifica che vede i big dell’economia digitale saldamente ai vertici: Microsoft prima in assoluto, seguita a ruota da Apple, Amazon e Facebook. Poco più sotto c’è Alphabet, il gruppo di Google, accompagnato dalla Berkshire Hathaway del finanziere Warren Buffett e dal colosso bancario JpMorgan Chase.

Fuga dai fossili

Niente petrolio nella Top 10. E niente energia (nemmeno rinnovabile). In compenso ci sono quasi tutti i «Faang», campioni dell’era di Internet e del rally decennale di Wall Street: per completare l’acronimo manca solo Netflix, ancora ferma al trentottesimo posto per market cap.

Un segno dei tempi? Forse sì. Di certo la performance dei titoli petroliferi ha colpito investitori ed analisti, spingendo qualcuno a ipotizzare l’avvio di un declino strutturale del comparto, sull’onda della transizione energetica.

Gli investitori oggi non si lasciano incantare nemmeno dalla generosità di Big Oil. Exxon ha un dividend yield del 5%, Chevron – tanto per restare negli Usa – del 4% e le major europee vanno addirittura oltre (il 6-7% per Bp e Shell): niente male all’epoca dei rendimenti sottozero. Proprio per questo (e per le valutazioni ormai scontatissime) parecchi analisti sono convinti che l’interesse per il settore dovrebbe riaccendersi. Ma finora non è successo.

Anzi. È di pochi giorni fa la decisione del fondo danese Mp Pension di espellere dal portafoglio i titoli delle Major petrolifere, perché nessuna sta facendo abbastanza per combattere il climate change, ma anche perché dubita che «nei prossimi anni questo settore possa offrire ritorni alla pari con il resto del mercato», in quanto la domanda di petrolio è destinata a calare.

Più di mille fondi e altre istituzioni, con 9,940 miliardi di dollari in gestione, si sono impegnati a disinvestire almeno in parte dai combustibili fossili, calcolano i lobbisti di Go Fossil Free. In parte proprio in reazione a questo fenomeno la London Stock Exchange a luglio ha deciso di cancellare la categoria degli Oil&Gas Producers: sul listino ci saranno solo Renewable e Non renewable energy.

Nonostante tutto l’avanzata della finanza verde non sembra (ancora?) la causa principale della débâcle dei titoli petroliferi in borsa. Pesa di pù il pessimismo per l’economia globale, accentuato dalla guerra dei dazi tra Usa e Cina. E probabilmente c’è anche dell’altro.

Il nodo dello shale oil

A ben guardare, anche se Big Oil di certo non brilla in Borsa, la vera zavorra dell’S&P500 Energy sono da un lato le società di servizi petroliferi, che non si sono ancora riprese dopo la paralisi degli investimenti in esplorazione e produzione di petrolio del 2014-2016, e dall’altro le compagnie dello shale oil, che dopo anni di fiducia incondizionata sembrano aver perso l’appoggio della comunità finanziaria.

La componente Energy Equipment & Services dell’indice è in ribasso di oltre il 12%, quella Oil & Gas, in cui rientrano le compagnie petrolifere, è in rialzo di circa l’1%, una performance che a sua volta nasconde enormi disparità. A Wall Street c’è chi ha perso un terzo del valore quest’anno – e sono proprio società dello shale, Concho e Cimarex, più Occidental che deve digerire il boccone forse indigesto di Anadarko, comprata a leva quest’anno – e c’è chi invece sta risalendo la china. Gradualmente come Chevron (+8%) o con il turbo come Hess (+70%).

In Europa – e forse non è un caso – Bp, Shell e Total sono ancora nella Top 10 delle Blue Chips.

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