Poeti di corte

Il Trecento milanese in versi

Nella cerchia dei Visconti non lavorò solo Petrarca, ma autori come Antonio da Ferrara, Braccio Bracci e Marchionne Arrighi, ora raccolti in un volume antologico

di Claudio Giunta

default onloading pic
(leemage via AFP)

Nella cerchia dei Visconti non lavorò solo Petrarca, ma autori come Antonio da Ferrara, Braccio Bracci e Marchionne Arrighi, ora raccolti in un volume antologico


5' di lettura

Se si pensa alla poesia alla corte milanese dei Visconti nel terzo quarto del Trecento, si pensa a Petrarca: che nel 1353, stanco di Avignone, accetta l’invito dell’arcivescovo Giovanni Visconti, fratello di Luchino, e si stabilisce a Milano. Resterà coi Visconti per otto anni, e per i Visconti sarà ambasciatore tra l’altro a Parigi e a Praga, oratore, segretario, poeta di corte. Pagherà la benevolenza dei signori milanesi con la malevolenza dei fiorentini, dato che Milano e Firenze erano in quegli anni, e saranno ancora per decenni, nemiche giurate; ma in cambio, dai milanesi, riceverà – come scrive nell’invettiva al cardinale avignonese Jean de Caraman – «tranquillità, silenzio, sicurezza e libertà», e una simpatia di popolo come nessun poeta italiano prima di lui, e per un pezzo dopo, deve aver conosciuto: «Tanto è per me il favore universale, così mi guardano benevoli, così parlando mi levano al cielo, così al volgo io sono accettissimo, né io so perché, se pure non vogliamo in ciò riconoscere il gioco della fama» (Fam. XIX 6, nella traduzione di Giuseppe Fracassetti).

Ora questo volume di Marco Limongelli c’insegna o ci ricorda che di poeti a Milano, in quegli anni, non c’era soltanto Petrarca. Alla Milano del secondo Trecento, tra Bernabò e Gian Galeazzo, allude infatti una notevole quantità di testi, parte sonetti e parte narrazioni in versi, parte scritti da rimatori d’origine toscana che i documenti ci mostrano in relazione coi Visconti, parte scritti da rimatori padani come Antonio da Ferrara o gli anonimi autori dei Lamenti su Bernabò Visconti in ottava rima. La cattura, la prigionia e la morte di Bernabò per ordine di Gian Galeazzo offrivano infatti a questi rimatori spunti di facile effetto: onde i poemetti, anche nella forma del dialogo tra il corpo e l’anima del malcapitato, le trenodie, le dissertazioni sui movimenti astrali da cui muovono le fortune umane, i disperati sonetti dʼinvettiva, un po’ sul registro dei cantari del Pucci o del Sacchetti.

Ho detto alludere, perché le fonti storiche e le testimonianze manoscritte sono eccezionalmente povere e incerte. Mentre per quanto riguarda altre aree italiane (Perugia, Bologna, Firenze) disponiamo di canzonieri-summae, che raccolgono porzioni consistenti della produzione poetica di quell’area, non si sono trovati, per ora, manoscritti che documentino, da parte viscontea, una qualche forma, se non proprio di committenza, di sorveglianza sull’arte di questi poeti cortigiani. E mentre chi studia la coeva poesia toscana può contare in genere su una quantità cospicua di notizie d’archivio, questi poeti minori sono passati per Milano e per la Lombardia lasciando scarse tracce. Si tratta quindi, da un lato, di esaminare daccapo una tradizione manoscritta non ampia ma dispersa, e di riverificare le fonti d’archivio; dall’altro, di interpretare pazientemente i testi, chiarendo la lettera e decifrando i riferimenti alla cronaca contemporanea.

La prima parte del volume raccoglie soprattutto testi di due poeti particolarmente attivi nella Milano viscontea, i toscani Braccio Bracci e Marchionne Arrighi. L’uno è un tipico professionista dell’encomio (un motivo letterario del quale Limongelli illustra molto bene la lunga durata, fino all’umanesimo sforzesco di Cicco Simonetta, Bartolomeo Calco, Guiniforte Barzizza, Filelfo), anche goffo quando tenta di accreditarsi, oltre che coi Visconti, proprio con Petrarca attraverso un paio di brutti sonetti di corrispondenza. L’altro poeta, più interessante, e di molto più grata lettura, è l’erede di un registro o modo comico-realistico che, più che connettersi ai sonetti di duecentisti come Cecco Angiolieri, sembra anticipare motivi della novellistica tre-quattrocentesca (dal Trecentonovelle al Pecorone, al Novelliere del Sercambi). La seconda parte del volume raccoglie testi anonimi, e tra questi i lamenti in ottave per la cattura e la morte di Bernabò.

Come trattare, come commentare testi del genere? Si tratta soprattutto di sfrondare certe interpretazioni d’epoca un po’ troppo inclini a romanzare, a far parlare i testi, estrapolando da essi più di quanto in realtà non dicano. Limongelli è molto prudente. Edita i testi, li commenta, fa ipotesi ragionevoli sulle relazioni che potevano legare questi poeti minori ai Visconti, maneggiando i pochi dati ricavabili tra le pieghe dei testi si chiede perché scrivono, se lo fanno spontaneamente od obbedendo a un patrono o committente. Il risultato è una messe ragguardevole di testi che non si possono definire nuovi, perché per buona parte già circolavano in vecchie edizioni e in antologie, ma che nuovi sono di fatto, perché qui per la prima volta leggibili con un adeguato apparato storico ed esegetico. Quanto allo stile, Limongelli documenta bene ciò che si poteva sospettare: un dantismo cospicuo, anche pedestre (calchi come «Silenzio posto aveva al dire in rima», in Bracci; o, sempre in Bracci, «Ma come quel che disvuol zò che volle»), esteso non solo alla Commedia ma anche al Dante lirico, e soprattutto – com’è normale nel Trecento – alle canzoni morali; ma anche molti echi petrarcheschi, al limite del centone (Bracci: «O aspettato dalla giusta verga»; Arrighi: «Solo e soletto, ma non di pensieri, / vo misurando spesso una campagna»), nonché forse, lasciando da parte i poeti massimi, l’influenza di un maestro locale come Fazio degli Uberti. Ma lo stile, per testi come questi, certo non eccelsi, non è un vero motivo d’interesse, sicché forse le osservazioni formali e le note avrebbero potuto essere alleggerite, per rendere la lettura meno ostica (ma è una tendenza dei nostri studi: spremere qualcosa da ogni sillaba dei testi antichi è ormai prassi delle edizioni scientifiche, quelle edizioni che si suppone uno non legga ma consulti solamente: solo che qualcuno che legge ogni tanto si trova, e questo lettore a volte apprezzerebbe il silenzio). L’interesse sta nel loro valore di documento: i testi brulicano di riferimenti alle vicende lombarde del secondo Trecento, soprattutto ai rapporti prima ostili poi amichevoli poi di nuovo ostili tra Milano e Firenze, e il capillare commento di Limongelli illumina in maniera molto vivida questo frammento di storia italiana. In tal senso, questo libro s’inserisce in un filone nobilissimo della filologia e della storiografia letteraria del Medioevo, il filone – erede della migliore tradizione positivista: si pensa per esempio alle Poesie minori riguardanti gli Scaligeri di Cipolla e Pellegrini – in cui il recupero di testi poetici dimenticati o dispersi mira ad offrire materia di riflessione più allo storico che al letterato: sono documenti, insomma, più ancora che monumenti, che l’eccellente lavoro di Limongelli rende per la prima volta davvero fruibili agli studiosi dell’età viscontea.

Poesie volgari del secondo Trecento attorno ai Visconti
A cura di Marco Limongelli
Viella, Roma, pagg. 604, € 59

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti