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Il triste tramonto di Boris Becker tra trofei nascosti e debiti

di Simone Filippetti

Il giovane campione . Nell'estate del 1985 il minorenne tedesco, Boris Becker, espugna Wimbledon

3' di lettura

Nell’estate del 1985, un giovane tennista tedesco con una zazzera rossa espugna Wimbledon: Boris Becker non era ancora maggiorenne, 17 anni e 228 giorni per la cronaca, quando diventa il più giovane vincitore del torneo di tennis più prestigioso e famoso al mondo. Quasi quaranta anni dopo la favola del campione del tennis è un incubo economico. Dopo aver vinto tre volte sull’erba, Becker a Londra ci si è trasferito a vivere da anni, dove si è reinventato commentatore sportivo per la BBC. Ma è assalito dai debiti e ha dissipato un patrimonio accumulato in 16 anni di carriera ai vertici del tennis (77 volte finalista e 49 volte vincitore).

Dai trionfi ai debiti

Oggi 54enne, ingrassato e biondo platino, con un cappotto e berretto da stadio dei Miami Heat si è presentato al tribunale ed è stato condannato dall’Alta Corte di Southwark per avere nascosto ai creditori milioni di sterline del suo patrimonio. Ora rischia fino a sette anni di carcere. Per ripagare la sua vita di dissipatezze, l’ex numero uno al mondo ha pure impegnato i suoi trofei, inclusi gli storici piatti di Wimbledon. Ma i preziosi bottini sarebbero scomparsi: Becker non li trova più, li avrebbe persi. Difficile credere, però, che il tennista non sappia più dove siano finite delle coppe che sono oggetti grandi e pure di grande importanza. Infatti per la giustizia inglese li avrebbe nascosti per non farseli sequestrare. E perciò ha infranto le leggi sull’insolvenza del Regno Unito.

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Un patrimonio dissipato

Cinque anni fa, l'impero dell'esa-vincitore del Grande Slam finisce in bancarotta: la BBPOL, la Boris Becker Private Office, il family office di proprietà del campione, per un prestito non pagato di oltre 3 milioni di sterline: la Arbuthnot Latham, una delle più esclusive private bank di Londra fondata nel 1833, gli aveva fatto un finanziamento per la sua villa di Maiorca, in Spagna.

Non è l'unico “conto” non saldato: nemmeno la banca giurati lo hanno anche ritenuto colpevole di aver nascosto un prestito di 825.000 euro (£ 688.000) da lui dovuto alla Banca Alpinum del Lichtenstein. Ma il giorno dopo essere stato dichiarato fallito, Becker si è dimesso dalla carica di amministratore unico della sua società BBPOL e la sua allora moglie Sharlely “Lilly” Becker è stata nominata al suo posto. I giudici hanno però scoperto una sequela infinita di beni nascosti. Tra i casi più clamorosi, la “scomparsa” di 950mila sterline incassate dalla vendita di una concessionaria di auto Mercedes che possiede in Germania. Becker ha anche cercato di nascondere la proprietà della villa “Im Schilling” nella sua città natale Leimen, in Germania; e pure la proprietà di 75mila azioni della Breaking Data Corp, società canadese di intelligenza artificiale per le scommesse sportive.

Il Family Office come Bancomat

È venuto fuori che dopo il fallimento, Becker ha versato ingenti somme alle sue ex mogli Barbara e Lilly: un fiume di liquidità che ha destato dei sospetti. Così facendo, il talento del tennis occultava i suoi averi. Allo stesso tempo, però, faceva shopping di lusso ai grandi magazzini Harrods, faceva la spesa online da Ocado, sofisticato sito di consegne, e si regalava di continuo abiti firmati Ralph Lauren: il tutto veniva pagato con la liquidità del suo family office. I giudici lo accusano di aver usato la BBOL come il suo “salvadanaio” personale, dilapidando il patrimonio che invece sarebbe dovuto andare a soddisfare i creditori. Gli è andata pure bene perché è stato scagionato da tutte le altre accuse, inclusa la mancata consegna di nove trofei di tennis, compresi quelli vinti al torneo di Wimbledon del 1985 e 1989, agli Australian Open del 1991 e 1996 e alle Olimpiadi del 1992.

«La vicenda di Becker - commenta Alessandro Belluzzo, fondatore di Trust&Wealth, che gestisce patrimoni di tennisti e sportivi - dimostra come i family office dovrebbero essere delle strutture esterne, gestire da professionisti terzi» per evitare conflitti di interesse o il vizietto di usarli come bancomat privati.

Gli sportivi e i patrimoni

L’ex campione in default ha messo in piedi una sua struttura privata e interna: è una modalità che funziona bene nel caso di grandissimi patrimoni e famiglie. Non a caso, in Italia la famiglia Garavoglia, proprietaria della Campari (che si chiama Alicros), si è costruita il suo family office dentro casa. Il caso si Becker appartiene alla generazione dei campioni del passato, un’epoca in cui gli sportivi non facevano alcuna pianificazione finanziaria dei loro beni: «Erano dei ragazzi arrivati al successo, ma la loro vita economica e commerciale non era presa in gestione da alcun professionista» conclude Belluzzo. Si fosse affidato a un family office, è probabile che Bum Bum Becker oggi potrebbe esporre i suoi ambiti trofei in salotto. Senza doverli nascondere per paura che i suoi creditori glieli pignorino.

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