manager & imprese

Il turnover dei ceo e il caso anomalo dell’Italia

di Andrea Goldstein


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3' di lettura

Sembrano essere tempi grami per i grandi capitani d’industria del capitalismo globale. Le loro esorbitanti remunerazioni sono criticate sia da chi trova eticamente vergognoso che siano di tanti ordini di grandezza superiori a quelle medie (o mediane) dei dipendenti, sia da chi non mette in discussione il principio che la complessità del management contemporaneo imponga le superstar, ma esige che a tanta generosità corrispondano rendimenti societari altrettanto straordinari. #MeToo e il sospetto che le corporate suite siano altrettanto vulnerabili agli abusi che i set cinematografici, le sacrestie o gli spogliatoi dello sport sono causa di ulteriori incertezze.

Lo studio annuale di Strategy& di PwC offre validazione quantitativa a questa sensazione anedottica. Nel 2018, il 17,5% dei Ceo delle 2.500 più grandi società al mondo è stato sostituito (il valore più alto dal 2000), anche se ad avere formalmente perso il posto (escludendo cioè le partenze concordate) sono stati molti di meno. E tra costoro, la causa della rimozione sono sempre più spesso le mancanze sul fronte etico, come frodi, mazzette, insider trading, disastri ambientali, cv taroccati e molestie sessuali, piuttosto che le insufficienti competenze manageriali. Per vari Ceo e altri alti dirigenti sono addirittura scattate le manette – su tutti spiccano i casi di Lee Jae-yong di Samsung, di Carlos Ghosn di Renault (in Giappone) e di Meng Wanzhou di Huawei (in Canada, a seguito di un mandato d’arresto emesso dalla giustizia americana). Numerosi anche gli episodi recenti di assemblee in cui gli azionisti, di solito sulla base delle raccomandazioni di advisory group come Glass Lewis o Iss, si sono espressi negativamente sulle remunerazioni.

E in Italia? Una semplice analisi delle attuali 40 blue chip quotate suggerisce che i top manager possono dormire sonni tranquilli. Il tasso di sostituzione è stato del 5% nel 2017 e se è apparentemente esploso nel 2018 (12,5%) è semplicemente perché la scomparsa di Sergio Marchionne ha imposto cambiamenti ai vertici di Fca e Ferrari. Piccola chiosa, c’è finalmente anche una donna tra i principali Ceo italiani (Micaela Le Divelec Lemmi in Salvatore Ferragamo).

Perché? Una spiegazione amorevole è che da noi i Ceo siano semplicemente migliori, dediti esclusivamente a massimizzare il valore delle rispettive società e resistenti a ogni tentazione, della carne così come dell’arricchimento personale o delle scorciatoie per realizzare profitti. Magari è vero: per l’Edelman trust barometer 2019, gli italiani sono tra i più convinti che le imprese possono agire in modo tale da massimizzare i profitti e migliorare le condizioni socio-economiche delle comunità in cui operano – anche se paradossalmente una risicata maggioranza dell’opinione pubblica crede che le imprese lo facciano (solo 53% si fida delle imprese, molto meno che in Paesi in cui il turnover del management è poi ben più alto).

Un’ipotesi intermedia è che l’Italia sia poco esposta alla cultura del “politicamente corretto” che in certe circostanze serve a rafforzare la tutela delle minoranze (in termini numerici, ma anche di disponibilità ed esercizio del potere), ma che alla lunga si può convertire in una mania e degenerare in una caccia alle streghe, soprattutto nell’epoca dei social media e della presunzione di colpevolezza in cui a legittimare i capi d’accusa sono il numero di like più che la robustezza delle prove.

Infine ne esiste una malevola, o quantomeno pessimistica, che il capitalismo nostrano, come del resto la società italiana, sia gestito con logiche antiche e opache, in cui è più importante coltivare le relazioni che acquisire le competenze e dove pertanto la reazione a fatti e atti che altrove portano alla sostituzione di un Ceo è quella di sopire, troncare (forse per accumulare crediti verso chi di tanta condiscendenza beneficia e che magari siede in multipli consigli d’amministrazione).

Per sapere quale delle tre ipotetiche spiegazioni è valida c’è ovviamente bisogno di fare ricerca. Per il momento la risposta empirica più solida, ancorché datata (il paper è del 2003) e limitata alla performance finanziaria, l’hanno data Brunello, Giordano e Parigi: se un Ceo non è anche l’azionista di controllo, anche in Italia la disciplina del mercato influenza il tasso di turnover, ma quando le due figure si sovrappongono a farne le spese sono gli azionisti di minoranza, che devono sopportare le perdite senza riuscire a sostituire chi ne è l’artefice. Resta da determinare la scarsa frequenza del ricambio dovuto a motivi non prettamente finanziari, in un Paese in cui è alta la percezione della diffusione della corruzione, così come l’effettiva intensità dei delitti a sfondo sessuale. Capire i meccanismi che sottendono il mercato dei Ceo italiani resta pertanto un esercizio complesso, ma importante.

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