AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùIL VOTO IN EMILIA-ROMAGNA E CALABRIA

Il crollo del Cinque Stelle, irrilevante in Emilia (e indebolito al governo nazionale)

Hanno perso tutti: quelli che hanno voluto correre da soli a tutti i costi e quelli che non hanno saputo fermarli, rimettendo la decisione nelle mani degli iscritti su Rousseau

di Manuela Perrone


Elezioni regionali in Emilia Romagna: stravince Bonaccini

3' di lettura

Il Vaffa Day del 2007, migliaia di persone in piazza a Bologna, è un ricordo sbiadito. Il voto in Emilia Romagna fotografa un M5S che crolla al 3,5% (i consensi del candidato governatore, Simone Benini) e al 4,7% (i risultati della lista): il vaffa, stavolta, è arrivato dagli elettori. Condannando il Movimento all’irrilevanza dentro la regione e indebolendolo al Governo nazionale.

Una sconfitta di tutti
È una magra rivincita, quella dei Cinque Stelle filo-dem che avrebbero voluto correre a sostegno di Bonaccini o evitare di presentarsi. Davanti ai due seggi appena del partito in Consiglio in terra emiliana - dove alle politiche del 2018 aveva conquistato il 27% e alle europee il 12% - e dalla sparizione in Calabria, dove alle europee aveva ancora il 26,6%, non c’è “te l’avevo detto” che tenga. Hanno perso tutti: quelli che hanno voluto correre da soli a tutti i costi e quelli che non hanno saputo fermarli, rimettendo la decisione nelle mani degli iscritti su Rousseau.

2018-2020: IL CROLLO ELETTORALE DEL CINQUE STELLE

(*) Solo Camera dei deputati; (**) Italia+Estero; (***) dati parziali. Fonte: Eligendo/Ministero dell'Interno

Due anni di disfatte sui territori
Le dimissioni preventive di Luigi Di Maio non fermeranno il processo alla sua leadership, ma soprattutto alla sua linea “neutralista” che vuole ancora tenere il M5S terzo tra i due poli, ago della bilancia, bussola post-ideologica. «Quale Movimento?», protestano i suoi oppositori. «Si è liquefatto». Parlano i fatti, ossia l’ininterrotto tracollo in tutte le tornate di regionali che si sono susseguite dalle politiche del 2018 a oggi: Abruzzo, Sardegna, Basilicata, Umbria, Emilia e Calabria. Non più giustificabile con la tradizionale debolezza dei Cinque Stelle sui territori, che diventa anzi un’aggravante: l’ex partito anti-sistema si è concentrato sul Governo e sui palazzi, abbandonando le realtà locali. E anche sul fronte del voto d’opinione la carica pentastellata ha mostrato la corda, come provano i sei milioni di elettori persi alle europee di maggio 2019 rispetto alle politiche.

Si rafforza l’ala filo-Pd
Dall’altro lato, i pentastellati che si sono esposti a favore del riformismo e di un campo largo progressista con i dem - da Paola Taverna a Stefano Patuanelli, da Roberto Fico a Roberta Lombardi - confidano adesso di rafforzarsi, insieme al premier Giuseppe Conte, ormai punto di riferimento. Ma il futuro è nebuloso, tutto da scrivere. Beppe Grillo è lontano, Davide Casaleggio asserragliato a blindare Rousseau, i gruppi parlamentari divisi e litigiosi.

LA MAPPA DEL VOTO REGIONALE: 2014 E 2020

Crimi mette in guardia dalle «facili sirene»
Nel frattempo è lo smarrimento a prevalere, insieme ai timori di una scissione. Fino alla mattina dopo le urne nessuna dichiarazione a commento dei risultati emiliani era arrivata dal M5S. Solo il lunedì il reggente Vito Crimi, che ora ha il compito di traghettare fino agli stati generali di marzo un Movimento allo sbando, ha dichiarato: «I risultati sono stati inferiori alle aspettative. Questo però non ci induce ad arrenderci: semmai è vero il contrario», sarà necessario «restare uniti e non lasciarsi irretire da facili sirene». Un riferimento critico proprio ai riformisti, che suona come una conferma della continuità con la posizione dimaiana. E ancora: «Ora non resta che continuare a lavorare pancia a terra con il Governo che, dopo queste elezioni, deve proseguire nel suo percorso».

La rifondazione difficile
Già lunedì 27 gennaio ministri e sottosegretari Cinque Stelle potrebbero riunirsi per indicare il nuovo capodelegazione. Sarà lui a sedere al tavolo della verifica sul cronoprogramma per definire l’Agenda 2023 insieme a Conte e agli altri partiti di maggioranza. Pure su questo, però, i pentastellati sono in ritardo: a parte il salario minimo e la trincea su Autostrade e prescrizione, sono alla ricerca disperata di nuove parole d’ordine. La «rifondazione» annunciata da Di Maio parte tutta in salita.

Per approfondire:
Dall'Emilia un sostegno al Governo e una spinta al Pd a ribilanciare i rapporti di forza con i 5 Stelle
Governo in sicurezza, si rafforza l'asse Conte-Pd. Ora parte la verifica

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