Economia Digitale

Il valore ibrido dell’open source

di Gianni Rusconi


3' di lettura

Open source, codice aperto, software libero: modi diversi per dire sostanzialmente la stessa cosa, anche se le precisazioni in materia sono doverose e non solo per l’ambiguità semantica del termine inglese free. Certo è che molte cose sono cambiate da quando, eravamo all’inizio degli anni 70, il movimento “sociale” del free software prendeva corpo fra San Francisco e l’università di Berkeley grazie a Richard Stallman, ricercatore universitario e profeta della cultura hacker con il suo Gnu Manifesto. L’obiettivo che muoveva la sua ideologia era esplicito: il software deve essere libero per tutti, e quindi anche gratuito.

Vent’anni più tardi la storia dell’informatica conosce un secondo punto di rottura. È del 1991, infatti, l’apparizione sulla scena di Linus Torvalds, lo studente finlandese creatore di Linux, un sistema operativo open alla quale si dedicarono da subito migliaia di programmatori in tutto il mondo. L’avvento del “Pinguino” ha aperto un fronte di diffusione per il software aperto, vedi progetti come Apache (utilizzato dai server per processare le pagine web), e indotto alcuni nomi storici del movimento a sdoganare ufficialmente, nel 1998, il termine open source per dare una nuova identità, meno radicale di quella perseguita da Stallman, al free software.

L’alternativa ai sistemi proprietari di Microsoft e degli altri giganti informatici nordamericani aveva dunque cambiato faccia, diventava una soluzione percorribile per le grandi imprese e induceva un certo Bill Gates a definire Linux «un tumore della proprietà intellettuale», alimentando una crociata fatta di accuse, rivendicazioni e vertenze durata anni. La guerra tra open source e sistemi proprietari, oggi, nell’era del cloud e degli ambienti informatici virtualizzati, è di fatto un ricordo: dentro le aziende il software aperto convive con i programmi venduti in licenza o a consumo e opera in modo integrato con questi a vari livelli dell'infrastruttura It. Microsoft stessa vende porzioni di software aperto ingegnerizzate da Red Hat, una delle aziende che meglio ha cavalcato il modello di business (a pagamento) basato sulla distribuzione dei sistemi open source negli ambienti enterprise.

«Negli ultimi 10-15 anni – spiega Fabio Rizzotto, associate Vp & Head of Research and Consulting di Idc Italia - abbiamo assistito a una evoluzione del modo di concepire, sviluppare e gestire i sistemi informativi. Il web, l’innovazione tecnologica che ha virtualizzato le infrastrutture per ottimizzare e snellire la gestione dei processi aziendali, il cloud e le nuove architetture ispirate a principi più aperti e interoperabili, la mobility e via via fino alle regole dell’economia digitale sono solo alcuni dei fattori che hanno contribuito a disegnare un nuovo scenario: quelle che erano le logiche competitive tra mondo proprietario e mondo open source hanno iniziato a trasformarsi in logiche di competition prima per passare poi a un modello che riflette la partecipazione di più attori in un ecosistema integrato».

Se in passato la scelta era tra l’uno e l’altro approccio, ed è ancora così per certi ambienti o soluzioni, molti altri aspetti delle strategie It aziendali si affidano a logiche sinergiche.

Oggi l’adozione di software open è considerata sinonimo di flessibilità applicativa e minori vincoli alla tecnologia di un singolo fornitore. Lo è nella pubblica amministrazione e nella sanità, nei servizi e nella produzione. Sono open source anche i pilastri sui quali poggia il funzionamento del World Wide Web e quello dei sistemi operativi di Apple (macOS e iOS) e della piattaforma mobile di Google, Android. Viene utilizzato nelle applicazioni dell’internet delle cose ed è stato adottato anche dalla “nuova” Microsoft di Satya Nadella, in cui codice aperto e codice chiuso convivono anche dentro Windows. Linux è praticamente assente nei pc, infine, ma pilota supercomputer come Summit, macchina da 9mila Cpu in servizio presso il dipartimento dell’energia degli Stati Uniti.

L’altra faccia del fenomeno è di ordine economico: implementare codice aperto in azienda costa. «Già diversi anni fa – spiega Rizzotto - abbiamo assistito all’abbandono dell’equazione open source uguale software gratuito, perché il modello ha spostato il valore sui servizi da un lato e sulle logiche collaborative e partecipative dell’altro. Rispetto al primo punto, è proprio nel tessuto dei servizi che l’ecosistema open source si è affermato nelle aziende, anche in termini di contributo ai processi di digital transformation. Nella sostanza, sempre più architetture e soluzioni hanno un’anima ibrida e sono frutto di una convergenza di strumenti in cui non necessariamente prevale l’una o l’altro principio, ma un mix». Tendenza, questa, che si riflette anche nei numeri. Nel 2017, secondo Idc, i distributori di versioni Linux hanno catturato oltre il 9% del giro d’affari dei sistemi operativi, rispetto al 4,2% del 2012. Lato servizi, invece, le proiezioni elaborate da Research and Markets parlano di un business che lieviterà del 23% all’anno, dagli 8,9 miliardi di dollari del 2016 ai poco meno di 33 miliardi fra 4 anni.

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