Moda sostenibile

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Il vero costo dei jeans: 30 euro di danni sociali e ambientali per ogni paio

In collaborazione con la ong Impact Institute, il centro studi della banca olandese Abn-Amro ha analizzato la filiera del denim, in un’ottica di autentica sostenibilità, trasparenza e tracciabilità

di Giulia Crivelli


Quando un jeans cambio' la pubblicita'

5' di lettura

«Amazing fashion, amazing prices»: è la scritta che campeggia sui sacchetti Primark, la catena irlandese di abbigliamento low cost. «Moda incredibile a prezzi incredibili»: di sabato, sulla linea rossa della metropolitana di Milano, di questi sacchetti se ne vedono tantissimi e di ogni dimensione. Nel 2016 Primark aprì il suo primo negozio in Italia nel centro commerciale di Arese, lontano dalle strade dello shopping di Milano ma facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici. Entro il 2019 comunque dovrebbe inaugurare anche il primo punto vendita in centro, in via Torino, negli spazi (sette piani) che in passato furono occupati da Fnac e Trony.

Perché partiamo da Primark
In questo articolo parliamo del report The true price of jeans, presentato dalla banca olandese Abn-Amro e frutto della collaborazione con la ong Impact Institute. La prima versione fu annunciata all’inizio di giugno, ma era disponibile solo in olandese: il Sole 24 Ore ha potuto studiare la traduzione. Partiamo da Primark perché la tesi del Report è che per ogni paio di jeans ci siano circa 30 euro di costi fissi, quantificati in base all’impatto ambientale e sociale. I prezzi dei jeans, in Olanda e non solo, vanno da 10 a 300 euro, ma per modelli di marchi del lusso o di brand specializzati di “premium jeans” si può arrivare anche a mille euro. Se però si scende sotto i 30, significa che il prezzo basso pagato dal cliente finale ha un costo occulto: le persone che hanno lavorato alla produzione di quel jeans sono state sottopagate e il produttore non ha messo in conto i costi necessari per tutelare l’ambiente durante il processo produttivo. Ed eccoci tornati a Primark, dove i jeans partono proprio da una decina di euro (per alcuni modelli si arriva addirittura a otto euro). Amazing price, per l’appunto: un prezzo incredibile, letteralmente.

Il testo completo del Report dal sito di Abn-Amro (in olandese e inglese)

Il «gap» di prezzo al quale dovremmo pensare
Per tenere conto di spese nascoste come i danni al clima e i diritti dei lavoratori, al prezzo di ogni paio di jeans andrebbero aggiunti – al netto di qualsiasi altra voce – circa 30 euro in più per ogni singolo paio di jeans. In altre parole: in base ai metodi di produzione e ai salari attuali, il prezzo di acquisto dovrebbe essere superiore di 3o euro rispetto a quello corrente, così da compensare tutti i danni sociali e ambientali diretti che sono stati causati lungo la filiera. Impact Institute e Abn Amro hanno studiato la catena di produzione tipica di un paio di jeans: dalle piantagioni di cotone e tessiture in India, ai laboratori di sartoria in Bangladesh, fino al trasporto verso i mercati di vendita europei, in particolare verso l’Olanda. Una catena solo in apparenza “parziale”: ad Amsterdam si trovano le sedi di molte multinazionali dell’abbigliamento e del casualwear e l’Olanda nel suo complesso è un “hub logistico” per il settore. I ricercatori olandesi hanno calcolato il “divario di prezzo reale” (“true price gap”), che potrebbe essere descritto come la differenza tra il prezzo d’acquisto che i dettaglianti pagano e il costo totale effettivo di produzione, compresi i costi ambientali e l’impatto sulla società (locale).

Analisi dei costi
I costi esterni più elevati sono causati dalla coltivazione del cotone e dalla sua trasformazione in denim. Oltre la metà dei costi esterni nella produzione del cotone sono di natura ambientale, legati all’uso di acqua – risorsa scarsa per definizione, pensiamo alla siccità record che sta colpendo alcune regioni dell’India – e all’inquinamento dell’oro blu. Nella produzione di denim e di jeans, i costi esterni sociali sono i più alti. In India, la causa principale è la diffusione del lavoro forzato, del lavoro minorile e di salari sottopagati lungo l’intera catena del valore.
A sua volta, la produzione di jeans in denim nei laboratori tessili in Bangladesh comporta costi sociali sotto forma di intimidazione e di mancato pagamento dei dipendenti. È degno di nota – rileva lo studio olandese – il fatto che i costi di trasporto siano trascurabili nel quadro generale.

Il mercato globale dei jeans
Il Report ha calcolato che nel 2018 siano stati prodotti circa due miliardi di pari di jeans. I dati sul mercato, relativi al 2017, indicano un calore complessivo di 42 miliardi di dollari. Nella sola Unione europea sono stati importati jeans per quasi 5 miliardi di euro e ogni persona, nel mondo, possiede circa sei paia di jeans, forse il capo più versatile che la storia moderna dell’abbigliamento abbia conosciuto. Nei prossimi tre anni le cifre dovrebbero crescere ancora, con un effetto potenzialmente positivo per le economie dei Paesi produttori. Il cotone usato per produrre il denim viene coltivato principalmente in Cina e India; il denim viene prodotto in China, Messico, Turchia e Bangladesh, che da solo produce il 27% dei jeans poi esportati verso l’Unione europea.

Dove si trovano i produttori
Lavorando sulle statistiche europee, il Report ha individuato la suddivisione della produzione di cotone (Cina 23%, India 23%, Stati Uniti 16%, Brasile 10% Pakistan 7%), quella di denim (Cina 24%, Pakistan 18%, Turchia 12%, India 9%, Giappone 4%) e quella di prodotto finito (Bangladesh 27%, Turchia 23%, Pakistan 16%, Cina 10%, Tunisia 7%).

Cosa fare da qui al 2030
Tenendo conto anche delle linee guida dell’Onu in materia di sostenibilità sociale e ambientale da raggiungere entron 2030, il Report indica le misure che l’indusitra del denim potrebbe intraprendere per tagliare i costi “esterni” . Tre le macroaree sulle quali intervenire.

1. Migliorare la produzione di cotone. Se, in particolare in India, venissero migliorati i sistemi di irrigazione, il price gap relativo allo spreco si acqua scenderebbe di 0,70 euro a paio di jeans.

2. Sostenibilità sociale. Se si migliorassero le condizioni di lavoro nelle fabbriche tessili, il price gap calerebbe di 10,3 euro. Pagare salari dignitosi in India e Bangladesh porterebbe a un’ulteriore riduzione del price gap di 2,95 euro.

3. Economia circolare. Riutilizzare il denim dei jeans sarebbe legato a una riduzione del price gap di 1,35 euro.

Non solo Primark
All’inizio abbiamo citato la catena irlandese (nata nel 1969 a Dublino, oggi ha circa 400 negozi nel mondo), ma il tema degli “amazing prices” riguarda tutte le insegne dell’abbigliamento low cost e del cosiddetto fast fashion. Come si legge nell’ultimo capitolo del Report di Abn-Amro, i consumatori hanno una responsabilità e possono fare la differenza. Qui abbiamo parlato del prezzo dei jeans, ma sono moltissimi gli articoli a prezzi stracciati la cui catena del valore implica costi esterni in fatto di sostenibilità sociale e ambientale. Ai produttori e ai marchi dovremmo chiedere maggiore trasparenza e tracciabilità, ma tutti noi, acquistando un jeans da 10 euro, una maglietta in cotone da due o un maglione da 20 euro, dovremmo interrogarci su come sia possibile arrivare a un prezzo simile.

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