MIND THE ECONOMY

Il vero valore dei regali di Natale. Ma quanti soldi perdiamo?

di Vittorio Pelligra


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4' di lettura

E poi uno si stupisce che l'economia venga definita “la scienza triste”! Neanche il tradizionale scambio di doni è passato indenne dallo scrutinio di occhiuti e zelanti economisti. Qualche anno fa apparve un originale studio nel quale si stimava la perdita netta di ricchezza derivante dallo scambio di doni natalizi (Waldfogel J. “The deadweight loss of Christmas”. American Economic Review 83, 2003). L'indagine di questo novello Scrooge, con grafici ed equazioni, calcolava la differenza tra il valore monetario attribuito ai doni ricevuti e il loro costo effettivo, individuando in un valore oscillante tra il dieci e il trenta percento, la perdita netta.

Quest'anno, così prevede l'ufficio studi della Confcommercio, l'ottantasei percento degli italiani compreranno dei doni, per una spesa di circa centottanta euro a testa, pari, complessivamente, a circa nove miliardi. Di questi, seguendo il ragionamento di cui sopra, circa un miliardo verrà dissipato, perché il costo di ciò che viene regalato, sarà in media superiore al valore che verrà percepito dai destinatari dei doni. Ma perché allora continuiamo con questa sciagurata tradizione, vecchia ormai di millenni e per giunta economicamente dannosa? Perché non ci scambiamo direttamente dei soldi? Del resto, ci sarà pure una ragione se in inglese il dono si indica con la parola “gift” e la stessa parola in tedesco vuole dire, invece, “veleno”.

Pochi anni dopo la ricerca di Waldfogel, altri due esperti, Sara Solnick e David Hemenway ripeterono lo studio con un campione di soggetti più ampio e rappresentativo ottenendo un risultato opposto: ogni dollaro speso in regali veniva valutato dal destinatario 2,14 dollari. Lungi dal distruggere ricchezza, lo scambio di doni, secondo queste stime, produce un incremento del valore pari al doppio del costo dei beni scambiati. John List e Jason Shogren rifinirono, attraverso l'utilizzo di tecniche più sofisticate, tale stima giungendo, qualche anno dopo, al valore di 1,25. Farsi i regali, dunque, in realtà conviene: fa bene all'economia e ai singoli, quindi, tutti giù a spendere!

In realtà, come i più sensibili tra i lettori avranno intuito, questo discorso “economico” lascia fuori vari aspetti importanti; innanzitutto il valore dell'insopprimibile bisogno di gratuità e di relazione che, come esseri umani, continuiamo ad avere, anzi, ad avere sempre di più. E gratuità e relazione sono, alla fine, il motore e la conseguenza ultima del dono vero, sincero e disinteressato. All'homo sapiens piace dare: quando doniamo, e doniamo spontaneamente, attiviamo nel nostro cervello le stesse aree “della ricompensa” che si attivano quando mangiamo la cioccolata o che venivano implicate quando nostra mamma ci abbracciava da piccoli. Questo meccanismo neuronale sostiene, per così dire, una pratica antichissima, necessaria alla costruzione e al mantenimento di relazioni significative. Perché nel dono c'è un “di più”. Se questo è sincero e disinteressato acquista, infatti, un valore espressivo importantissimo: quando faccio un regalo, sto dicendo al destinatario quanto lui o lei mi interessino davvero. Perché un dono risulti gradito, infatti, occorre farlo con impegno, mettersi nei panni dell'altro, chiedersi che cosa sorprenderebbe o piacerebbe all'altro, mica a noi. Quando doniamo, quindi, occorre mettere l'altro al primo posto e spostare noi stessi in secondo piano. Questa operazione di cambio di prospettiva è il “costo” vero del regalo, ciò che ne determina il valore profondo, il segnale di quanto l'altro sia importante per noi.

E' questo riconoscimento, data la nostra natura ontologicamente sociale, la moneta preziosa e generativa di relazione. C'è poi qualcos'altro nel dono vero, c'è la gratuità. Anche se questo non è sempre scontato. Possono esistere infatti doni fasulli, privi di gratuità, ma anche gratuità senza dono. I primi sono quei doni strumentali, fatti per ottenere qualcos'altro: i regali che si ottengono coi punti della spesa, la terza scatoletta di tonno dopo che se ne sono acquistate altre due, ma anche gli omaggi della casa farmaceutica al medico o le strenne del lobbista al potente di turno. Ma c'è anche, come si diceva, la gratuità senza dono, ogni qualvolta, nell'ambito di una relazione, un rapporto di lavoro, per esempio, una delle parti “eccede” in quantità o qualità rispetto ai suoi doveri minimi. C'è gratuità ogni qualvolta un'azione diretta verso qualcun altro ha valore in sé, l'altro è un fine e non un mezzo per qualcos'altro. Ecco che anche se non c'è uno scambio di doni, quell'azione segnala che l'altro vale. Questo valore espressivo e non-strumentale dell'atto gratuito non è cifra esclusiva di relazioni amicali o informali, residuali comunque rispetto al cuore della vita sociale.

In realtà le dimensioni della gratuità e del dono fondano, antropologicamente e filosoficamente, ben di più, sono alla radice del nostro vivere comune. Il dono gratuito con la sua unilateralità e incondizionalità, cos'è se non l'accettazione di una vulnerabilità, di una incompletezza, di una mancanza che solo nella vita associata può trovare la sua risposta? “In che dunque diremo l'uomo essere più socievole che non sono gli altri animali? – si chiedeva nel 1795, Antonio Genovesi, padre dell'economia civile - è il reciproco dritto di esser soccorsi, e consequentemente una reciproca obbligazione di soccorrerci nei nostri bisogni” (“Lezioni di economia civile”, Vita e Pensiero, 2018). Il dono è quindi, quando gratuito, la scintilla della reciprocità e la reciprocità è ciò che fonda, in ultimo, lo scambio, perfino quello di mercato, nel contesto di una economia davvero “civile”.

Una visione di mercato, questa, meno tradizionale di quella di Adam Smith, fondata sul “mutual unconcern”; piuttosto il mercato può essere luogo innanzitutto di mutua assistenza, fondata sulla legge della reciprocità. L'augurio per questo Natale è dunque quello di essere costruttori, anche attraverso i nostri doni piccoli e grandi, di una economia sempre più civile e civilizzante, capace di apertura all'altro, di dono e di gratuità, perché possiamo sperimentare realmente, per dirla con Simone Weil, che “I beni più preziosi non devono essere cercati ma attesi”.

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