archeologia

Il viaggio della dea Ishtar

Dagli scavi della Sapienza a Ebla emerge che Atargatis, venerata a Hierapolis e citata da Luciano di Samosata, è erede della divinità siriana, più antica di due millenni

di Paolo Matthiae

5' di lettura

Era un santuario di Siria, famoso in tutte le province romane d’Oriente. La città dove sorgeva, Bambyke, da cui il nome moderno Menbij, pochi chilometri dalla sponda occidentale dell’Eufrate, era chiamata anche Hierapolis per l’eccezionale sacralità del luogo. Era consacrato ad Atargatis, probabile crasi tra i nomi di due antiche dee, Astarte e Anat, coinvolte in un sincretismo religioso di grande fortuna. Prima di un’effimera recente notorietà dovuta all’esser stata contesa tra le bande dell’Isis e le milizie curde, la città stupiva ogni visitatore, tra cui chi scrive, per la sorprendente assenza di ogni visibile resto dell’antico splendore. Splendore illustrato, con distaccati seppur ammirati accenti, in un libello, il De Dea Syria, attribuito a Luciano di Samosata in uno stile tanto insolito per lo scrittore che non pochi moderni, molto probabilmente a torto, ne considerano autore invece un ignoto ammiratore di Erodoto, contemporaneo del poliedrico e irriverente retore e filosofo del tempo di Adriano.

Animali liberi di circolare

Secondo il libello, i fedeli della dea siriana regolarmente impegnati in pellegrinaggi al santuario si trovavano dovunque in Asia, dalla Fenicia alla Babilonia e all’Arabia, dalla Cilicia alla Cappadocia. In due festività annuali veniva portata al santuario acqua di mare ed erano ospitati in uno stagno vicino i pesci sacri alla dea. Nel tempo del mito la grande dea sarebbe nata da uova deposte dai pesci sulle rive dell’Eufrate e covate da colombe anch’esse sacre alla divinità. I tesori del tempio erano immensi. Il clero numerosissimo, maschile e femminile, quest’ultimo partecipante ai riti con accompagnamento musicale di tamburi, trombe, nacchere. I sacrifici prevedevano anche l’offerta di infanti. I fedeli nelle cerimonie cultuali infierivano sui loro corpi con colpi di spada e donavano alla dea il loro sangue e i loro organi sessuali al ritmo ossessivo di grandi tamburi. Caratteristica dell’area sacra di una dea signora delle fiere era la presenza di animali liberi di circolare, dai tori, alle aquile, dagli orsi ai leoni. Stupefacente la presenza di innumerevoli statue votive di grandi personaggi del mondo omerico, da Elena, Ecuba e Andromaca a Ettore, Achille, Paride, del mondo ellenistico, da Alessandro, «straordinariamente somigliante», a Stratonice e Combabo, la regina del seleucide Antioco I Soter e il desiderato amante che per mantenere fedeltà al suo re aveva sacrificato la sua virilità, fino a Sardanapalo, il nome greco del gran re assiro Assurbanipal, «in forma e abito diversi», e a Semiramide, la regina assira Shammuramat, per i greci figlia della dea.

Loading...

Luciano, o lo Pseudo-Luciano, si sofferma sulla straordinaria antichità del santuario e ricorda che gli furono riferite tre storie sulla sua fondazione. Secondo la prima, sarebbe stato Deucalione, l’eroe greco del Diluvio, a erigerlo appena cessato quell’evento che aveva distrutto la più antica umanità. Nella seconda, Semiramide stessa lo avrebbe fondato in onore della madre divina. Per la terza fondatore sarebbe stato Attis, il bellissimo giovinetto frigio frutto paradossale del vano tentativo di Zeus di possedere Cibele, la Grande Madre, immolatosi evirandosi sotto un pino il giorno delle nozze per l’incontenibile gelosia divina della stessa Cibele perdutamente innamorata della sua bellezza.

Nella rappresentazione del pensiero mitico queste diverse tradizioni individuavano, ad un tempo, nell’acqua il principale dominio naturale cui presiedeva Atargatis, signora della fecondità, dell’amore, della guerra; nell’irresistibile attrazione amorosa la rischiosa fonte del perpetuarsi dell’umanità, e nella massima personalità femminile del mondo divino, identica a Cibele, un celato fondo di violenza che può produrre conflitti. Non per nulla nelle non frequenti rappresentazioni figurative della dea di Hierapolis, la grande dea, di dimensioni maggiori dello sposo Zeus, è seduta su un trono i cui braccioli sono due immagini di leoni ruggenti.

L’enigma

L’enigma irrisolto della remota antichità del celeberrimo santuario di Hierapolis che aveva affascinato l’autore del De Dea Syria ha oggi una soluzione derivante dall’esplorazione sistematica ad opera della Missione della Sapienza, di Ebla, l’antica città dell’età del Bronzo situata 55 chilometri a sud di Aleppo, che fu il massimo centro della grande cultura protosiriana della metà del III millennio a.C. e uno dei maggiori della successiva cultura paleosiriana dei primi secoli del II millennio a.C. La sua dea poliade dai primi anni del XX secolo a.C. era la Ishtar di Ebla, come la chiamavano gli Assiri, che allora fu assunta a patrona della regalità eblaita quando al tempo del re Ibbit-Lim, come ricorda una sua iscrizione, «si manifestò», chiaramente con una miracolosa rivelazione. In diversi monumenti eblaiti la grande dea appare entro un sacello alato, a indicare la sua natura celeste, eretto su un toro, simbolo della fecondità, e in connessione con un dragone leonino alato che vomita rivoli d’acqua dolce fertilizzatrice. Identificata con il pianeta Venere, la “stella della sera” prima ad apparire nei cieli e “del mattino”, ultima a scomparire al sorgere del sole, è la dea della fecondità, dell’amore e della guerra. I suoi due templi di Ebla avevano gli stipiti degli ingressi decorati da statue di leoni ruggenti. Le sue stele sotto l’immagine della dea avevano un riquadro con i musicanti che accompagnavano i riti con un grande tamburo, trombe e nacchere. Ad Ebla la sua immagine “lasciva” è quella di una figura femminile nuda frontale di prorompente bellezza che tiene nelle mani due fusti vegetali ed esibisce una barba simile a un pettorale, a simboleggiare la sua signoria sulla fecondità, sull’amore e, per il suo attributo virile, sulla guerra.

Nel maggiore dei suoi due templi eblaiti, eretto nella Città bassa, era custodito il suo stendardo costituito da un’alta asta infissa su una testa di leone ruggente e sormontata da una colomba, da cui emergevano due teste divine: questo stendardo, noto da parecchi sigilli cilindrici siriani contemporanei, è rappresentato su tre sigilli trovati ad Ebla, uno dei quali scoperto nel tempio stesso della dea. È questo stendardo che appare nelle raffigurazioni imperiali romane tra le statue di Atargatis e di Zeus di Hierapolis e che l’autore del De Dea Syria, ricordando che stava tra le due statue divine, descrive come «un’altra immagine divina d’oro, in nulla simile alle altre statue», «con una sua forma particolare, che reca i volti di altri dèi», «sormontato da una colomba d’oro», chiamato semplicemente «lo “stendardo” dai locali, che non hanno dato ad esso un nome specifico e nulla conoscono sul suo luogo d’origine e sulla sua forma».

Nelle raffigurazioni dei numerosissimi e splendidi sigilli paleosiriani lo stendardo eblaita della grande Ishtar scompare negli anni stessi in cui un grande re di Aleppo, Yarim-Lim I, contemporaneo e alleato di Hammurabi di Babilonia che esplicitamente riconosceva il sovrastante potere politico di Aleppo, riuscì ad affermare, verso il 1770 a.C,. il predominio di Aleppo su tutta l’Alta Siria e stabilì un’alleanza con Ebla che riconobbe la supremazia dei signori di Aleppo. In quegli anni, in cui Aleppo divenne una vera potenza interregionale, lo “stendardo” di Ishtar fu probabilmente trasferito nel territorio del regno aleppino nel santuario di Bambyke dove si venerava una dea percepita verosimilmente come una forma della Ishtar eblaita. Da allora quell’immagine enigmatica del mondo divino fu gelosamente custodita nel santuario della grande dea e con il passare dei secoli divenne sempre più indecifrabile nel suo significato e si perse perfino il ricordo della sua origine.

La riscoperta archeologica di una grande figura divina antichissima del mondo siriano, già eminente negli archivi reali di Ebla del terzo quarto del III millennio a.C., e il recupero di preziose testimonianze artistiche sull’iconografia della dea di Ebla, sulle sue prerogative e sui suoi riti hanno permesso di risolvere un enigma che la cultura greca dell’autore del De De Syria non poteva che lasciare avvolto nelle tenebre di una sconosciuta preistoria.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti