Studio Mediobanca, Sace e Ipsos

Il vino italiano ha retto bene alla crisi del 2020

Il rapporto ha preso in esame 240 cantine italiane con fatturato superiore ai 20 milioni di euro e 68 imprese degli spirits con giro d'affari superiore ai 5 milioni

di Giorgio dell'Orefice

(REUTERS)

3' di lettura

La pandemia certo non è stata una passeggiata ma le imprese del vino italiano, in particolar modo le cantine più strutturate, sono riuscite a mettere in campo una forte capacità di risposta che ha consentito loro di limitare i danni, in molti casi di mettere a segno spesso riposizionando il perimetro del proprio business e ora si possono presentare con tutte le carte in regola per cavalcare la ripresa dei mercati.
È quanto emerge dal rapporto su “Il Wine&Spirits italiano sfida con ottimismo i mercati internazionali e i nuovi stili di consumo post pandemia” realizzato per la prima volta dall’Ufficio studi di Mediobanca in collaborazione con Sace e Ipsos e presentato oggi.
Il rapporto ha preso in esame 240 cantine italiane con fatturato superiore ai 20 milioni di euro e 68 imprese degli spirits con giro d'affari superiore ai 5 milioni.
E dai numeri e dai sondaggi emerge che i principali players del vino made in Italy si attendono una robusta ripresa dopo aver lasciato sul terreno nel 2020 una perdita di fatturato del 4,1% (determinata soprattutto dal -6,3% del mercato interno che dal -1,9% delle esportazioni).
Ma soprattutto persino in un annus horribilis come il 2020 non sono mancati i dati positivi. “L'Ebit margin – si legge nel rapporto di Mediobanca, Sace e Ipsos – è calato dal 6,2% del 2019 al 5,8% del 2020. Mentre il rapporto del risultato netto sul fatturato è rimasto pressoché stabile passando dal 4,2% del 2019 al 4,1% del 2020”.
Difficile indovinare la ricetta di chi è riuscito a rispondere meglio alle sfide del mercato. Di certo sono state avvantaggiate le imprese con una maggiore esposizione nelle vendite nella grande distribuzione organizzata come ad esempio le cantine cooperative che nel complesso hanno visto il proprio giro d'affari crescere del 2%. Anche se al loro interno non mancano casistiche differenziate. Ha ad esempio lasciato sul terreno il 4,4% la principale azienda italiana, la coop Cantine Riunite-Giv il cui giro d'affari si è fermato a 581 milioni.
E' andata senz'altro bene per il secondo player italiano, anch'essa cantina cooperativa, Caviro che ha raggiunto un giro d'affari di 362 milioni (+10%). Bene anche la cantina trentina Cavit (210 milioni, +9,6%).
Tuttavia passando in rassegna i risultati economici delle principali cantine italiane, da sempre elemento “core” del rapporto Mediobanca sul vino, bisogna concludere che non vale neanche l'ipotesi che le coop siano andate bene e le cantine private male. Perché se da un lato quella che fino al 2020 è stata la prima azienda privata italiana, Antinori, non è andata oltre i 215 milioni di fatturato (-12,5%) non è stato così per altri importanti player privati come ad esempio la piemontese Fratelli Martini (208 milioni, +1,1%), Italian Wine Brands (204 milioni, e addirittura +29,7%), la veneta Enoitalia (201 milioni, +0,8%), senza dimenticare il +13,8% di Contri Spumanti, +6,4 di Botter e il +5,7% di Schenk Italia.
Di fatto sono tutte cantine private quelle che secondo i dati di Mediobanca, Sace e Ipsos hanno messo a segno i migliori risultati in termini di redditività. Si tratta di Antinori (26%), Frescobaldi (24,5%), Santa Margherita (24,2%).
L'analisi Mediobanca, Sace, Ipsos contempla anche una sorta di valutazione finanziario-territoriale dalla quale è emerso che il primato in termini di Roi, di ritorno sugli investimenti, tocca agli abruzzesi (9,7%), piemontesi (8,6%) e veneti (7,8%). I primi per solidità finanziaria sono risultati i produttori toscani, con debiti finanziari pari ad appena il 26,8% del capitale investito. Mentre i principali esportatori sono ancora i produttori piemontesi (66,9%) e toscani (61,7%) che in entrambi i casi hanno superato la quota di export del 60% sul fatturato.

Le ragioni di questa resilienza? Difficile dirlo basandosi solo sui conti. Di certo è stata messa in campo una grande capacità di intercettare i nuovi trend di consumo emersi nel corso della pandemia. Innanzitutto il boom dell'e-commerce: +74,9% le vendite sui siti aziendali, +435% quelle sulle piattaforme on line, e addirittura +747% quelle sui market place generalisi. Molto bene anche il vino biologico (+10,8% ma con una quota di mercato ancora al 2,3%).
La grande distribuzione ha incrementato la propria quota sulle vendite dal 35,3% del 2019 al 38% del 2020 offrendo quindi una sponda ai conti delle aziende che già erano presenti sugli scaffali o che hanno trovato nel corso della pandemia l'occasione per riposizionarsi.
Infine le aspettative sul futuro. I maggiori produttori di vino sondati da Mediobanca, Sace e Ipsos si attendono una crescita del 3,5% dei fatturato spinta dall’export (+4,6%). Meglio ancora si attendono le società di spirits che stimano un 5,4% del fatturato e +4% per l’export.
Sul fronte dei mercati di sbocco si prevede un incremento del 2% delle vendite negli Us, del 3,1% in Germania, del 2,4% nel Regno Unito. In forte crescita (+5,9%) sia Canada che Giappone. Bene anche Cina e Vietnam.

Loading...
Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti